La miniserie di Netflix su Griselda Blanco solleva interrogativi critici sulla rappresentazione di figure storiche criminali. Conosciuta come la ‘madrina della cocaina’, Blanco non era solo una figura chiave nel narcotraffico, ma anche un simbolo di spietatezza e violenza senza precedenti.
La sua storia inizia in un ambiente di estrema povertà in Colombia, dove già a 12 anni compie un atto di inaudita brutalità: il rapimento e l’omicidio di un bambino di 11 anni. Questo evento segna l’inizio di una carriera criminale caratterizzata da violenza e spietata crudeltà.
La serie Netflix, però, tende a presentare una versione romanzata e meno cruenta di Blanco, distorcendo la realtà storica. Questa narrazione mitizzata non solo riduce la complessità del suo personaggio, ma rischia anche di influenzare erroneamente la percezione del pubblico.
Blanco è stata una figura centrale nel narcotraffico di Medellin, e la sua ascesa e caduta si intrecciano con la storia turbolenta della Colombia degli anni ’70 e ’80. Il suo ruolo nel traffico di droga negli USA dove instaurò la sua base operativa a Miami, unito alle sue azioni spietate contro chiunque osasse intralciare il suo percorso, ha lasciato un segno indelebile nella storia del paese e nella lotta globale contro il narcotraffico.
In conclusione, pur riconoscendo la libertà creativa nelle opere di finzione, è fondamentale che produzioni come quella di Netflix mantengano un certo grado di fedeltà storica. La vita di Griselda Blanco, con la sua complessità e orrore, merita una rappresentazione accurata e responsabile, non una narrazione edulcorata ben lontana dalla donna che si ribella alla condizione di donna usata e sfruttata; lei di fatto non è mai stata una vittima, ma sempre e solo il carnefice.
Andrea Franchi
