A meno di dieci giorni dal voto, il racconto delle prossime elezioni europee è ormai intriso di contrapposizioni. Il dialogo tra il Ppe e FdI sembra essere ormai travolto dall’avvicinamento di Giorgia Meloni e Marine Le Pen leader dell’opposizione francese, incoronato dal meno europeista dei capi di governo del continente, Viktor Orban.
Orban e il suo partito Fidesz è il terzo elemento di un tridente che, secondo i rumors brussellesi, non troppo tardi potrebbe confluire in un unico gruppo. Al momento Meloni guida i Conservatori e Riformisti, Le Pen il gruppo di Identità e Democrazia, Fidesz permane nel limbo dei non iscritti. Da mesi, tuttavia, Orban chiede di entrare in Ecr e la sua causa, all’interno del gruppo, viene perorata dai polacchi del Pis.
Il risultato positivo delle elezioni e la necessità di rafforzare le proprie posizioni potrebbero rendere possibile l’impossibile.
Più Meloni e Le Pen si avvicinano, più per la presidente della Commissione uscente diventa arduo far digerire alla maggioranza europeista la presenza di FdI. Se poi a incoronare Meloni c’è Orban allora la distanza diviene incolmabile. “Meloni è uguale a Le Pen, è un lupo travestito da agnello”, ha sottolineato il candidato del Pse Nicolas Schmit in un’intervista. Per la von der Leyen, tuttavia, contare esclusivamente sul voto di Ppe, S&D e Renew è un rischio.
Lo scrutinio segreto, in plenaria, potrebbe falciare la sua candidatura. Anche per questo continuano a spuntare eventuali piani b, a cominciare da quello di Mario Draghi.
“Draghi non appartiene a nessuna famiglia politica, la vedo complicata”, ha osservato anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Se i sondaggi saranno confermati, il Ppe chiederà la presidenza della Commissione, i socialisti quella del Consiglio europeo, i liberali la poltrona di Alto Rappresentante. Ma se la candidatura di von der Leyen venisse bocciata questo cencelli comunitario rischierebbe di essere travolto.
