di Andrea Franchi
Presidente di Tarentum Forum APS
1° giugno 2025. Una data destinata a rimanere impressa nella cronaca del conflitto russo-ucraino – e forse anche nei manuali di strategia militare del futuro. In una notte silenziosa, il cuore dell’aviazione strategica russa è stato trafitto da uno sciame di droni partiti, con ogni probabilità, da territori sotto controllo ucraino. Engels, Mozdok, Achtubinsk: tre basi militari simbolo della potenza aerea del Cremlino, colpite con precisione chirurgica.
L’operazione: un attacco a “costo asimmetrico”
I dettagli sono ancora in fase di verifica, ma la sostanza è chiara: almeno quaranta velivoli tra bombardieri Tu-95MS, Tu-22M3, piattaforme radar A-50 e aerei da trasporto sarebbero stati distrutti o gravemente danneggiati. Le immagini satellitari e l’intelligence OSINT confermano hangar distrutti, piste danneggiate e colonne di fumo in tutte le installazioni colpite. La Russia ha ammesso “danni ad alcuni aerei”. L’Ucraina rivendica un successo senza precedenti.
Dietro il raid, un’evoluzione netta nella dottrina ucraina: capacità di colpire in profondità, sfruttando droni low-cost, intelligenza distribuita e supporto tecnico dell’Occidente. Un esempio di guerra asimmetrica ad alta tecnologia, dove David – ben armato di pixel e algoritmi – colpisce Golia non con la forza, ma con l’intelligenza.
Mosca nella polvere: simbolismo e vulnerabilità
Il colpo, per la Russia, non è solo materiale. È simbolico. I velivoli colpiti non sono semplici aerei: sono strumenti di deterrenza nucleare, di proiezione strategica, di supremazia psicologica. Vederli bruciare in un hangar interno – e non sul fronte – mina la narrazione dell’invulnerabilità interna. La propaganda del Cremlino è corsa ai ripari, minimizzando. Ma il danno è fatto. E potrebbe essere irreversibile.
Inoltre, l’attacco ha messo a nudo la debolezza della difesa antiaerea russa, incapace di intercettare droni volanti a bassa quota a centinaia di chilometri dal confine. Per Mosca, sarà inevitabile un ripensamento completo della propria dottrina di difesa delle retrovie.
Il fronte diplomatico: trattative in bilico
A livello negoziale, le ripercussioni non si sono fatte attendere. Kiev potrebbe sentirsi rafforzata, meno incline a concessioni territoriali o compromessi affrettati. Al contrario, Mosca – umiliata – rischia di chiudersi ancora di più nel bunker della sua rigidità, evocando minacce e nuove “linee rosse”.
I mediatori internazionali si trovano ora in difficoltà: da un lato la necessità di spingere al dialogo, dall’altro una situazione dove entrambe le parti sembrano sempre più determinate a ottenere risultati sul campo prima di sedersi al tavolo.
Escalation e scenari futuri
Cosa aspettarsi? Difficile prevedere. Ma plausibili sono:
L’attacco ha avuto anche conseguenze sulla politica interna russa. C’è chi parla di rafforzamento del consenso attorno a Putin. Ma tra le élite militari potrebbero emergere fratture, alimentate dall’imbarazzo per una difesa così porosa.
L’Occidente di fronte a una nuova guerra
L’attacco del 1° giugno è anche un messaggio all’Occidente: la guerra è cambiata. Non è più una questione di trincee, ma di server, satelliti, droni e volontà politica. Le retrovie sono diventate fronti. La deterrenza richiede adattamento, resilienza e una visione strategica all’altezza delle minacce ibride.
Se il mondo libero vorrà restare tale, dovrà comprenderlo in fretta.
