Di Andrea Franchi
C’è chi brinda e si emoziona per l’annuncio di Francia, Gran Bretagna e Canada di voler riconoscere lo Stato di Palestina. Si racconta che sia un atto di giustizia storica, un risarcimento morale, un passo verso la pace. La realtà, invece, è molto più cruda e spietata: questa non è solidarietà verso i palestinesi, ma un’operazione chirurgica di potere.
Dietro i proclami umanitari, si muove una partita infinitamente più grande: mettere in crisi l’asse tra Trump e Israele, proprio mentre il Presidente americano sta usando la leva dei dazi come arma di guerra commerciale. Francia, Regno Unito e Canada hanno colto il momento per lanciare una spina nel fianco della Casa Bianca: non è la Palestina che vogliono far nascere, ma una frattura tra Washington e Tel Aviv. I palestinesi, ancora una volta, diventano pedine sacrificabili su una scacchiera che non hanno mai potuto controllare.
Ed è qui che emerge la vera geopolitica. Mentre i soliti qualunquisti della domenica si riempiono la bocca di slogan e brindano ingenuamente all’“atto di coraggio” europeo, l’Italia – tanto vituperata – ha capito perfettamente la posta in gioco. Roma ha scelto una posizione che può sembrare prudente, ma che in realtà è lucida e chirurgica: non cadere nella trappola francese e britannica, mantenendo saldo l’asse con Washington e preparandosi a qualunque scenario.
Perché il punto è questo: a Palazzo Chigi sanno che il vero terremoto non è a Gaza, ma a Washington. Il caso Epstein aleggia come una tempesta pronta a esplodere, e un impeachment di Trump non è più un tabù nei corridoi di potere americani. Ecco perché l’Italia ha già stretto rapporti forti con il vicepresidente Vance, figura chiave in caso di successione. È pragmatismo allo stato puro, la capacità di muoversi sullo scacchiere pensando due mosse avanti, mentre altri si fermano all’apparenza di un brindisi in favore dei “diritti dei popoli oppressi”.
Questa non è una partita morale, è una partita di potere. E chi oggi si illude che Londra e Parigi abbiano improvvisamente riscoperto la causa palestinese, dimostra di non capire nulla di geopolitica. I palestinesi resteranno, ancora una volta, uno strumento nelle mani di chi usa la loro tragedia per regolare conti tra superpotenze.
L’Italia, per una volta, non ha seguito la retorica facile. Ha scelto la strada scomoda, quella che non fa gridare agli applausi facili, ma che parla la lingua vera dei rapporti di forza globali. E in geopolitica, al contrario dei talk show, non vince chi urla più forte, ma chi sa muoversi quando gli altri stanno ancora brindando.
