Di Andrea Franchi
Presidente di Tarentum Forum APS
Lo spegnimento dell’ultimo altoforno operativo dell’ex Ilva non è un semplice incidente tecnico. È il simbolo di un sistema industriale al collasso, un gigante che cade pezzo dopo pezzo, trascinando con sé migliaia di lavoratori e una città che da decenni vive sospesa tra promesse e illusioni.
La fermata dell’AFO 4, causata da un guasto e non da una manutenzione programmata, certifica una verità che da mesi denunciamo: la fabbrica non ha più alcuna resilienza, né industriale né gestionale. Con l’AFO 1 sotto sequestro, l’AFO 2 ancora fermo e l’AFO 5 ormai un ricordo del passato, la siderurgia tarantina è ridotta al lumicino. Parlare oggi di continuità produttiva è una bugia che non regge più.
In questo scenario, invece di assumersi la responsabilità di un piano serio di rilancio o di riconversione, qualcuno ha avuto il coraggio di proporre la soluzione più grottesca: alimentare gli altoforni con l’energia eolica. Una bestemmia tecnica, industriale e paesaggistica.
Chiunque abbia un minimo di competenza sa che gli altoforni non possono dipendere da fonti intermittenti. L’eolico produce solo quando soffia il vento, mentre un forno richiede un flusso continuo e stabile. Basterebbe un calo di produzione per bloccare l’intero impianto, con danni incalcolabili. Ma c’è di più: per soddisfare i consumi di un solo altoforno servirebbe una vera e propria foresta di pale eoliche alte 150 metri, da piantare intorno a Taranto. Un obbrobrio ambientale che devasterebbeulteriormente il paesaggio della città dei due mari, già martoriata dall’acciaieria.
Questa non è transizione ecologica. È propaganda. È insultare l’intelligenza dei cittadini e dei lavoratori, facendo passare per soluzione ciò che è impossibile persino da concepire in termini ingegneristici ed economici.
Il Tarentum Forum lo aveva detto con chiarezza mesi fa: servono decisioni serie, non slogan. Servono investimenti su tecnologie reali — dagli SMR nucleari di nuova generazione all’idrogeno verde — o un piano ordinato di riconversione industriale che trasformi l’area in un hub logistico, manifatturiero e turistico. Le proposte erano state presentate, discusse, messe sul tavolo. Ma le istituzioni hanno preferito ignorarle, rifugiandosi nella retorica vuota.
Oggi la realtà bussa alla porta: l’ex Ilva è ferma, e il rischio di “game over” non è più un’ipotesi ma un fatto. Ogni giorno di silenzio e di immobilismo politico è un colpo inferto a Taranto, ai suoi lavoratori e al futuro del Paese.
È tempo di smetterla con le favole e di guardare in faccia la verità. O si sceglie la strada di un rilancio serio e tecnologicamente sostenibile, oppure si ha il coraggio di dichiarare la fine e pianificare la riconversione. Continuare a illudere la città con miraggi eolici è una presa in giro inaccettabile.
