A scriverci la dottoressa Rossella Vangi che denuncia la gravissima discriminazione che il DL Covid introduce nello svolgimento dei concorsi pubblici.
Al fine di “ridurre i tempi di reclutamento del personale”, la nuova normativa impone alle amministrazioni di valutare i titoli e l’esperienza professionale dei candidati “ai fini dell’ammissione alle successive fasi concorsuali”. Il decreto precisa che il relativo punteggio concorre alla formazione della graduatoria finale.
Non si tratta di previsioni eccezionali, dall’efficacia circoscritta al periodo emergenziale, bensì di norme che modificano stabilmente le procedure concorsuali italiane.
La riforma penalizza i giovani che, pur essendosi formati e specializzati, non hanno gli anni di esperienza necessari per competere coi concorrenti più anziani. L’accesso al pubblico impiego verrà di fatto precluso a chi non ha maturato decenni di iscrizione agli albi professionali o, quantomeno, non ha già prestato servizio per la PA.
Il nuovo metodo di selezione, oltre a contrastare coi principi di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione, lede le aspirazioni meritocratiche dell’intero Paese. Uno Stato che vuol essere competitivo deve includere le eccellenze all’interno del proprio apparato amministrativo. Non è tollerabile che le migliori risorse umane italiane vengano sacrificate, ancora una volta, sull’altare dei concorsi iniqui.
A queste perplessità si aggiunge poi la retroattività della riforma, che autorizza le amministrazioni a riaprire i termini delle procedure in corso di svolgimento per inserirvi la fase di valutazione dei titoli. In questo modo, chi prepara un concorso da mesi vedrà il proprio concorso, il sogno di una vita, nelle mani di nuovi competitors più anziani.
La palese iniquità delle norme lascia sperare in un ponderato intervento del Parlamento, chiamato a convertire in legge il decreto. È indispensabile rimeditare la riforma nell’interesse di un’intera generazione.
Dott.ssa Rossella Vangi
