La trappola dei contratti cinesi continua a mietere vittime: il caso Montenegro

Sbandierate un occidentalismo senza senso. Amalgamate con una dosa di europeismo radical chic che non guasta mai. Mescolate con modernismo di frasi fatte tipo “autodeterminazione dei popoli, indipendenza e vacuità varie” (che vale solo per alcuni paesi ma non per il Dombass filorusso). Legate il tutto con il solito celato “antirussismo” .
Aggiungete affari delle banche quanto basta. Lasciate decantare per qualche annetto. Avete ottenuto la ricetta perfetta del neocolonialismo cinese in Europa. Neocolonialismo che si sta manifestando a tutto danno degli interessi nazionali italiani proprio in Adriatico.
È di questi giorni infatti la notizia dell’estensione della longa manus cinese in Montenegro, paese di seicentomila anime (metà della provincia di Bari) che ha voluto staccarsi dalla Serbia nel 2006, spalleggiata dai paesi occidentali in funzione anti russa. Il Montenegro ha privato dello sbocco sul mare la Serbia, ma non ha un’economia di dimensione tale da giustificare porti nell’Adriatico se non di transito o per terze potenze . E l’occasione è stata ghiotta per la Cina che non perde tempo ad allungare i propri tentacoli lì dove può.
Veniamo ai fatti. Nel 2014 il governo montenegrino volle costruire un’autostrada che collegasse il paese alla Serbia (la forzosa scissione antistorica si evince anche da questi dettagli) del costo di circa ottocento milioni di euro. Soldi che il governo montenegrino non aveva. La Cina allora offrì un prestito da restituire in venti anni a partire dal 2021. Tra le condizioni imposte dal dragone c’era la concessione dell’appalto ad un’azienda cinese e, in caso di insolvenza, il diritto di appropriarsi di parti del territorio montenegrino e di infrastrutture. La trappola dei contratti cinesi continua a mietere vittime. Le penali infatti stringono il Montenegro in una morsa. Demerito della controparte, il governo di Dukanovic (che denunciò nel 2016 un fumoso golpe filo russo) che ha firmato accordi opachi, rinunciando alle clausole di protezione delle proprietà statali, come il porto. Merito però anche dei cinesi interessati a sbocchi commerciali da quello greco del Pireo ai 46 in Africa sui quali ha già messo le mani. Bar sarà il prossimo, anche perché in caso di contenzioso la competenza arbitrale spetta al tribunale di Pechino. Allo stato attuale l’azienda cinese non ha terminato i lavori di un progetto ad altissimo impatto ambientale; il governo del Montenegro in difficoltà ha chiesto aiuto all’UE ma quest’ultima ha annunciato che non contribuirà a rifinanziare il debito. La situazione è in evoluzione ma si suppone che il Montenegro, paese NATO dal 2017, finirà nelle fauci della Cina che avrà uno sbocco nel Mediterraneo proprio di fronte tre porti di grossa importanza italiana ed europea (Brindisi, Bari e Ancona). La posizione economicamente, ma anche militarmente risulterebbe strategica. Sarebbe auspicabile un intervento del nostro ministero degli esteri per tutelare, nel gioco delle parti della geopolitica, gli interessi nazionali sia negli uffici nazionali che europei, ma l’aver stretto accordi ed essersi sottomesso al governo cinese con più accordi, rende difficile ogni azione. Bisognerebbe muoversi su altri livelli, ma ci vorrebbe un ministro degli esteri di tutt’altro spessore che al momento non abbiamo. Speriamo in un ultima difesa di Draghi così come intervenuto con il sultano turco.

Massimiliano De Noia

Condividi l'articolo!
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin
Share on whatsapp
Share on email
Share on print