Durante l’incontro delle nazioni del G7 è stato sviluppato un elenco di violazioni della legalità internazionale nei confronti di Russia e Cina, giudicati «irresponsabili e destabilizzanti».
Le accuse a Mosca spaziano dalla crisi con Ucraina (per la Crimea «annessa illegalmente») ai cyber-attacchi contro i sistemi democratici di altri Paesi, passando per la disinformazione e la violazione dei diritti umani. «Ribadiamo il nostro interesse a relazioni stabili con la Russia. E tuttavia – recita la nota – continueremo a rafforzare le nostre capacità collettive e dei nostri partner. Scopo comune è affrontare e scoraggiare il comportamento russo che minaccia le regole dell’ordine internazionale». Il comunicato richiama anche la Convenzione di Vienna per le relazioni diplomatiche, il cui rispetto è «essenziale nei rapporti tra gli Stati».
Stessa musica riguarda la Cina. Al regime comunista di Pechino i ministri degli Esteri del G7 imputano «le violazioni dei diritti umani e gli abusi» contro gli Uiguri musulmani dello Xinjiang e in Tibet. Sotto accusa anche gli atti recenti che «erodono fondamentalmente gli elementi democratici del sistema elettorale a Hong Kong». Da qui l’annunciato impegno dei ministri degli Esteri del G7 a «sostenere con forza» la richiesta di accesso di ispettori internazionali dell‘Alto commissariato Onu per i diritti umani nello Xinjiang. Lo scopo è di effettuare verifiche «indipendenti» sulle accuse sui «campi di rieducazione politica, sul sistema di lavoro forzato e sulle sterilizzazioni imposte». Una dura presa di posizione, dettata dalla constatazione della «democrazia sotto pressione a livello globale».
