«Finalmente in passerella sfilerà l’inclusione», ha gioito la locale comunità Lgbt. Non a torto, considerato che il modello sudafricano è destinato a “contagiare” quello del resto del mondo, sempre nel nome dei “sacri e inviolabili diritti”. Ma non sono mancate le polemiche. D’altra parte, dall’abolizione della segregazione razziale, il Sudafrica non mai cessato di sfornare leggi sui cosiddetti diritti civili. Fino ad introdurre – qualche anno fa – il matrimonio omosessuale. Ma già prima dello sdoganamento delle candidate trans, il concorso di Miss Sudafrica si era già segnalato per le sue iniziative progressiste.
L’ultima in ordine di tempo – correva l’anno 2019 – riguarda Zozibini Tunzi, la prima concorrente a vincere pur portando i capelli corti. In quel caso, si trattò di sfida ai tradizionali canoni di bellezza. Nel giro di due anni, dunque, con le donne trans a sfilare sulla passerella, il Sudafrica si fa addirittura avanguardia della nuova frontiera. Sembra già di sentire la fatica di Enrico Letta a tenerne il passo. Chissà, forse chiederà Patrizia Mirigliani, l’organizzatrice della kermesse in Italia, di adeguarsi con celerità alla nuova tendenza. Con sondaggi tanto magri da rendere deprimente in ogni caso la prospettiva elettorale, alla sinistra non resta che consolarsi con l’incoronazione a reginetta di una Miss ex-Mister. Così, giusto per riassaporare il gusto della vittoria in una competizione.
