La partita sulla giustizia è sempre insidiosa, ma l’urgenza di assicurarci i fondi del Recovery europeo non consente più dei passi falsi. Bisogna arrivare al risultato. Il fronte politico si confronta con due problematiche distinte. La prima, ovvia, è quale posizione prendere nei confronti di quanto propongono le commissioni di studio attivate dal ministro della Giustizia.
La seconda riguarda l’atteggiamento da assumere sull’iniziativa congiunta di Radicali e Lega che hanno presentato sei quesiti referendari su temi importanti della riforma del sistema giudiziario. Ovviamente le due questioni si intersecano e si discute se la seconda non sia d’inciampo alla prima.
contri e polarizzazioni non mancano sui problemi della giustizia, dimenticando che non si tratta semplicemente di discutere di politica o di farlo in termini di “giustizialismo”. La giustizia entra nel vissuto delle persone. Né può bastare ricorrere a quesiti referendari, con effetti unicamente abrogativi di norme, per quanto scomode.
Dei sei referendum sulla giustizia si fa un gran parlare. Ai toni ridondanti e propagandistici dei proponenti fanno da contraltare i commenti generici, allusivi, tattici di politici di altri schieramenti. In entrambi i casi l’indifferenza al contenuto effettivo dei quesiti referendari regna sovrana.
Sinteticamente i 6 quesiti referendari riguardano: la responsabilità civile dei magistrati, perché non sia più precluso al cittadino di chiedere il risarcimento direttamente al magistrato che abbia cagionato il danno; la separazione delle carriere, per eliminare le “porte girevoli”, in modo che il magistrato, una volta scelta inizialmente la carriera del giudicante o dell’inquirente/requirente, non possa più transitare nell’altra; la custodia cautelare, in modo che la carcerazione preventiva sia limitata ai soli reati gravi e, in tutti gli altri casi, la pena riacquisti la sua essenziale funzione sanzionatoria e perciò sia susseguente, non precedente, alla sentenza di condanna; la legge Severino, affinché la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici non sia irrogata in modo automatico; la raccolta delle firme per le liste dei magistrati, in modo che i candidati al Csm non abbiano l’obbligo di iscriversi a una delle correnti e possano presentare la propria candidatura, senza vincoli di sorta; i Consigli giudiziari, affinché gli avvocati e i docenti universitari possano esercitare il diritto di voto sulla valutazione professionale dei magistrati.
L’indubbio valore, nel quadro della nostra democrazia, dell’istituto referendario deve sempre misurarsi con il reale risultato dello strumento. Analizzando di volta in volta in termini politici e di coerenza giuridica ed istituzionale.
Già sul piano politico appare singolare e criticabile che una forza politica della maggioranza governativa promuova referendum abrogativi su temi di giustizia nel momento in cui è in atto, su tale terreno, una complessa iniziativa di riforma legislativa da parte del governo di cui fa parte.
Nato come mezzo classico a disposizione di minoranze estranee al potere per promuovere l’abrogazione di leggi ritenute ingiuste o non più adeguate, il referendum è di norma messo in campo come mezzo di pressione di chi il potere lo ha già e decide di usare l’arma referendaria per sovrapporre i suoi obiettivi all’indirizzo politico di maggioranza o per alterarlo e condizionarlo dall’esterno.
Ma è sul versante istituzionale e giuridico – quello che qui più interessa – che i quesiti referendari rivelano i loro aspetti più discutibili.
Non solo occasionalità e frammentarietà, che potrebbero essere giustificati dalla intrinseca natura del referendum abrogativo, ma anche, e soprattutto, estemporaneità e sostanziale indifferenza alla tenuta delle architetture alle quali si propone di sottrarre, in taluni casi, dei veri e propri assi portanti.
Basti pensare al quesito sulla separazione delle carriere
E’ quello più complicato ed astruso. Ben cinque le leggi coinvolte dalla iniziativa referendaria. Una lunghissima serie di quesiti di ardua lettura e comprensione anche da parte degli addetti ai lavori.
L’intenzione è di tagliare tutti i ponti tra giudici e pubblici ministeri, disarticolando il concorso di accesso alla magistratura, la normativa che regola i limitati passaggi oggi esistenti tra le due funzioni, bloccando i percorsi formativi che accompagnano i mutamenti di funzione.
Ai proponenti non interessano affatto i richiami alla realtà del fenomeno sui cui vogliono incidere: il numero estremamente limitato dei passaggi di funzioni tra magistrati requirenti e giudicanti; i severi paletti normativi posti a tali passaggi (che comportano il trasferimento ad un altro distretto di Corte di appello); la sostanziale eccezionalità dell’eventuale mutamento di funzioni nell’arco della vita professionale di un magistrato e gli ausili formativi che lo accompagnano.
Ed ugualmente ci appare incomprensibile il desiderio degli avvocati di avere di fronte non più il pubblico ministero tenuto ad agire come parte imparziale nelle indagini e primo garante dei diritti dell’imputato ma un accusatore “puro” interessato, anche per ragioni di carriera, a vincere il processo.
È l’effetto simbolico che domina incontrastato, il messaggio che si vuole inviare ad una opinione pubblica frastornata dai clamori sulla giustizia per orientarla verso una soluzione additata come salvifica.
Più semplicemente bisognerebbe riuscire a correggere l’attuale cultura di troppi pubblici ministeri che attraverso la divulgazione di informazioni e anticipazioni sulle loro indagini mirano ad acquisire un vasto consenso sociale. Il primo passo per raggiungere questo obiettivo non richiede rilevanti modifiche dell’ordinamento giudiziario: l’attività di pubblico ministero non dovrebbe essere affidata a magistrati di prima nomina, ma preceduta per un congruo periodo dalle funzioni di giudice in un organo collegiale quale una sezione penale del tribunale penale.
Una rapida rassegna da parte dei lettori delle altre domande che si vogliono porre ai cittadini dimostrerà che queste notazioni non sono il frutto di un pregiudizio ma sono considerazioni realistiche
Di contro nutriamo l’auspicio che, ponendo il dibattito sui referendum sul solido terreno dei fatti istituzionali e delle norme coinvolte, si riesca a sottrarre il necessario confronto ai toni politicisti, allusivi, di mero posizionamento tattico e di indifferenza al merito che lo stanno caratterizzando in queste prime battute.
Troppo annosi forse sono i problemi della Giustizia italiana, ma di certo la riduzione dei suoi tempi è un passo fondamentale per riconquistare la fiducia dei cittadini. L’efficienza dell’amministrazione ne diventa un valore, anche rispetto alla stessa economia, non di rado infiltrata dalla criminalità organizzata, compromessa dalla corruzione, intralciata dai lunghi procedimenti giudiziari, che finiscono per coinvolgere anche l’attività d’impresa. Occorrono rimedi giurisdizionali effettivi per tutelare i diritti. in un Paese dove tutto finisce in tribunale e dove l’apparato giudiziario sconta inefficienze che oggi appaiono paradigmatiche – più che croniche – nel panorama internazionale, le problematiche derivanti dal lockdown sembrano addirittura sbiadire e ridimensionarsi proprio perché si collocano in un contesto che da molti anni è al centro di studi e discussioni che non hanno sinora consentito una vera svolta verso un sistema efficace ed efficiente.
I conclamati ritardi della risposta giudiziaria alla domanda di giustizia dei cittadini e delle imprese non possono continuare ad essere affrontati proponendo (soltanto) riforme del processo quasi che il vero problema si annidi nelle regole processuali e perciò smontando e rimontando i vari pezzi di un puzzle nella disperata ricerca di una soluzione che invece è fuori da quella che appare una vera e propria gabbia cognitiva.
Se i ritardi della giustizia civile (e qui il riferimento è sicuramente all’attività giudiziaria) valgono un punto di PIL all’anno (e lo diceva Mario Draghi già nel 2011) e per avere accesso alla risorse del Recovery Fund (“Next Generation EU”) è necessario sviluppare un piano di riforme che possa rendere davvero efficiente la risposta di giustizia in Italia, diviene necessario individuare gli obiettivi e immaginare soluzioni innovative per un immediato impatto sulla attuale situazione, ma che al contempo possano disegnare nel medio-lungo periodo un sistema che nella sua complessità sia equilibrato e sostenibile.
DANIELE ONORI
