Con la nomina di sottosegretari e viceministri, si completa la squadra di Governo a guida Giorgia Meloni, un esecutivo, come più volte rimarcato dalle forze di centrodestra, che si dichiara “forte e coeso” e soprattutto “politico doc”, senza cioè la necessità di stampelle di palazzo per garantirsi un’autosufficienza. Ma se la già travagliata formazione della lista dei Ministri ha visto Palazzo Madama la nomina di 9 senatori del centrodestra a ministri (più il presidente La Russa che per prassi non vota), la seconda tornata di nomine del sottogoverno raddoppia i tagli con altri 10 eletti chiamati a compiti operativi nei vari dicasteri e che renderanno assai difficile una loro costante presenza tra aule e Commissioni (senza contare l’incognita della presenza di Silvio Berlusconi): e lì, anche per il taglio dei parlamentari operato la scorsa legislatura, ogni voto vale oro.
Al momento l’esecutivo può contare su 116 voti di maggioranza ma a questi ne vanno sottratti potenzialmente 20 il che potrebbe portare il centrodestra sotto la soglia dell’autonomia (96), ma pur sempre sopra agli 89/90 delle opposizioni. Ma certo non sono tardate le contromisure, per lo meno a parole: è infatti di pochissimi giorni fa il fermo avvertimento del Ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani che ai colleghi ha scandito: “L’indicazione è stata molto chiara: i sottosegretari devono venire a votare” perché “non sono stati eletti per fare i turisti, a maggior ragione quei sottosegretari che sono attivi nell’ambito dei lavori parlamentari, che vanno e presenziano in Commissione”.
