Un nuovo accordo è stato raggiunto in Consiglio UE in merito al drammatico problema della ricollocazione dei migranti ed al diritto di asilo. I ministri dell’Interno dei Ventisette hanno approvato un testo dopo una serie di compromessi raggiunti, ma che hanno accontentato prevalentemente l’Italia. Con il nuovo patto europeo si dà il via al meccanismo della “solidarietà obbligatoria”: gli Stati membri dovranno scegliere se accettare di ricollocare sul loro territorio una quota di richiedenti asilo, diversa per ogni Paese a seconda del suo Pil e della sua popolazione, arrivati nei Paesi di primo ingresso, o se invece fornire un contributo finanziario pari a 20mila euro per ogni migrante previsto nella propria quota e non ricollocato. L’Italia ha chiesto e ottenuto che il contributo di solidarietà non vada ai Paesi di primo ingresso, ma confluisca in un Fondo comune Ue, che deve ancora essere istituito e che sarà gestito dalla Commissione europea. Tale Fondo, ha detto Piantedosi, dovrà essere impiegato nella “dimensione esterna” della gestione del fenomeno migratorio, ossia per accordi con i Paesi di origine e di transito dei migranti e finanziamenti delle loro infrastrutture.
Il patto interviene anche su un punto caro ai Paesi del Nord Europa, ovvero la stretta alle misure di controllo alle frontiere esterne. I Paesi di primo ingresso dovranno registrare entro 24 ore tutti i migranti irregolari in arrivo e avranno 12 settimane per dare corso alle procedure di concessione dell’asilo, e altre 12 per attuare i rimpatri dei migranti la cui domanda d’asilo non avrà avuto esito positivo. Le operazioni saranno così più celeri ed argineranno il fenomeno dei “movimenti secondari”, cioè i viaggi all’interno dell’Ue dei migranti non registrati in modo appropriato al loro arrivo, che poi si ritrovano a chiedere l’asilo in altri Stati membri. La soglia da rispettare sarà la seguente: quando i richiedenti asilo in tutta l’Ue saranno più di 30mila, con un moltiplicatore che si applica gradualmente: due il primo anno (60mila), tre il secondo (90mila), quattro il terzo (120mila).
Un’altra vittoria dell’Italia: i Paesi di primo ingresso resteranno responsabili dei richiedenti asilo secondo il regolamento di Dublino per due anni, ma per un solo anno per i migranti sbarcati dopo essere stati soccorsi in mare.
“Infine, la questione che ha richiesto il negoziato più lungo e difficile: la possibilità, per gli Stati membri di primo ingresso, di riportare rapidamente non solo nei Paesi di origine, ma anche in quelli di transito i “migranti economici” arrivati irregolarmente alle frontiere dell’Ue e che non hanno diritto all’asilo, se questi Paesi sono ritenuti “sicuri” riguardo al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, come ad esempio la Tunisia. Il testo proposto dalla presidenza di turno svedese, accogliendo una richiesta di Berlino, poneva una condizione precisa: che i migranti siano riportati nel Paese (di origine o di transito) da cui sono partiti solo se hanno una “connessione”, come ad esempio legali sociali, o di parentela, o una precedente residenza, con quello Stato. L’Italia era fortemente contraria a una formulazione troppo stringente e rigida di questa condizione e alla fine ha ottenuto che siano gli Stati membri a decidere se esista una “connessione” del migrante da rimpatriare con il Paese di partenza o di transito, in base a criteri che possono essere più flessibili, e sempre che si tratti di un “Paese sicuro”.
La presidente di turno svedese del Consiglio, Maria Malmer Stenergard, e il commissario europeo agli Affari interni Ylva Johansson hanno sottolineato che il testo approvato modifica profondamente la gestione dei flussi migratori all’interno dell’Unione europea. “Questo è un luogo di mediazione – ha commentato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi -. L’Italia aveva posizioni chiare e riteneva che si potesse fare qualcosa di più” rispetto al testo iniziale, “però è chiaro che si doveva raggiungere una medicazione”. E la mediazione è stata raggiunta, a giudicare dalla “soddisfazione” dello stesso Piantedosi, secondo il quale “l’Italia ha visto riconoscere dei principi a cui da tempo lavorava, e prima di tutto quello appunto della concreta solidarietà dell’Unione europea sul tema migranti, ovviamente attuabile secondo quella che era une mediazione possibile”.
