Morto un Sinwar se ne fa sempre un altro: non è ancora finita.

La morte di Yahya Sinwar, leader di Hamas, sembra essere il risultato di un’operazione del tutto casuale da parte delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), che hanno inflitto un colpo significativo all’organizzazione. Nonostante l’intensità della caccia all’uomo, il colpo che ha eliminato Sinwar appare più un risultato di fortuna che di una pianificazione precisa. Le IDF, infatti, hanno successivamente identificato il corpo tramite un test del DNA, grazie a un dettaglio incredibilmente ironico: il campione genetico era stato raccolto in seguito a un’operazione chirurgica salvavita che un medico israeliano aveva effettuato anni fa sullo stesso Sinwar.
Il leader di Hamas, infatti, aveva subito un delicato intervento al cervello, che gli aveva salvato la vita, e quel medico israeliano che aveva messo la sua abilità al servizio di Sinwar sarebbe poi diventato vittima indiretta della gratitudine del leader di Hamas. Come forma di ringraziamento, Sinwar si era infatti macchiato dell’omicidio del figlio del suo salvatore, un tragico e amaro paradosso che evidenzia la complessità e la crudeltà delle dinamiche di odio radicate nel conflitto israelo-palestinese.
Questo evento dimostra come, nonostante il gesto salvifico del medico israeliano, la spietatezza della lotta politica e militare abbia superato ogni forma di umanità, consolidando in Sinwar la volontà di perpetuare la violenza.
Chi era Sinwar?
Yahya Sinwar era un personaggio estremamente complesso e ambiguo all’interno della gerarchia di Hamas. Oltre ad essere noto come uno spietato assassino, capace di eliminare non solo civili israeliani ma anche palestinesi sospettati di collaborare con Israele, Sinwar rappresentava la mente dietro l’attacco del 7 ottobre 2023, una delle operazioni più devastanti contro Israele negli ultimi anni.
Sinwar, però, non era solo un militante brutale, ma anche un abile stratega politico e un doppio giochista. Nonostante la sua lealtà pubblica a Hamas, ci sono forti sospetti che fosse lui stesso a passare informazioni riservate per eliminare alcuni dei suoi rivali interni all’organizzazione. È probabile che fosse lui a rivelare, per esempio, le posizioni di alcuni leader di Hamas eliminati nel luglio scorso, incluso il comandante di Hamas ucciso a Teheran, con il quale aveva forti contrasti. Questo risentimento verso i leader rifugiati fuori da Gaza, mentre la popolazione e i combattenti restavano intrappolati nel conflitto, aveva alimentato il suo desiderio di consolidare il controllo su Hamas, eliminando la concorrenza e spianando la strada per diventare il leader indiscusso.
Sinwar era quindi un uomo di contraddizioni: da un lato leader indiscusso e brutale combattente, dall’altro opportunista che non esitava a tradire per rafforzare la propria posizione. La sua morte

lascia un vuoto nel movimento, ma come il titolo suggerisce, la sua scomparsa non segna la fine della lotta di Hamas, che continuerà a rigenerarsi.
Chi prenderà il suo posto?
La successione alla leadership di Hamas dopo la morte di Yahya Sinwar potrebbe vertere su tre figure principali:
1. Mohammed Sinwar – Fratello minore di Yahya, Mohammed è noto per la sua ferocia e spietatezza, con un forte desiderio di vendicare la morte del fratello maggiore. Considerato un comandante di spicco delle Brigate al-Qassam, l’ala militare di Hamas, Mohammed potrebbe essere una scelta naturale per mantenere la continuità del comando e intensificare ulteriormente le operazioni militari contro Israele, puntando alla vendetta.
2. Khaled Meshal – Ex leader politico di Hamas, Meshal è visto come appartenente all’ala moderata dell’organizzazione, o almeno la sua figura è stata associata a un approccio più diplomatico rispetto agli altri esponenti di Hamas. Tuttavia, nonostante questa immagine, la sua nomina potrebbe essere una mossa strategica per bilanciare le pressioni interne e internazionali. Meshal, attualmente in esilio, potrebbe rappresentare una scelta volta a proiettare un’immagine meno militarista dell’organizzazione, pur continuando a sostenere le sue attività.
3. Khalil al-Hayya – Anche al-Hayya è una figura prominente all’interno della leadership di Hamas e gode di una certa influenza tra i quadri politici e militari. La sua nomina alla leadership potrebbe segnare una transizione equilibrata tra le varie fazioni dell’organizzazione, mantenendo una linea di continuità senza scivolare completamente verso un’escalation militare immediata.
Queste figure rappresentano diverse sfaccettature di Hamas: da un’opzione più militarista e vendicativa con Mohammed Sinwar, a un approccio più politico e diplomatico con Meshal, fino a una leadership più bilanciata e pragmatica con Khalil al-Hayya. Chiunque sarà scelto, il conflitto e la resistenza all’influenza israeliana continueranno ad essere al centro dell’agenda di Hamas.
L’utopia del “Grande Israele”: un sogno inutile
Le ipotesi relative alla creazione di un “Grande Israele” – spesso ventilate da alcuni settori della destra israeliana – appaiono più come strumenti di propaganda politica che reali progetti strategici.
Anche se alcune figure di spicco della destra israeliana possono aver evocato in passato una visione espansionista di Israele, queste idee non hanno alcun fondamento pratico o politico, e sono largamente irrealizzabili.
Innanzitutto, la forza politica di questi partiti rimane limitata. Sebbene alcuni possano avere un certo seguito, mancano del sostegno necessario per portare avanti un piano così ambizioso e, allo stesso tempo, impraticabile.

Oltre a ciò, la realtà strategica e geopolitica rende l’annessione della Striscia di Gaza un’operazione del tutto insostenibile per Israele. Non c’è nessun vantaggio concreto nell’assumersi il controllo di una regione che, in termini di infrastrutture e risorse, non offre alcun valore produttivo.
Annettere Gaza significherebbe per Israele caricarsi di un fardello economico e logistico enorme. La Striscia, devastata da anni di conflitti, non possiede risorse naturali o strutture che potrebbero rappresentare un valore aggiunto per l’economia israeliana. Al contrario, qualsiasi ipotetica annessione comporterebbe enormi costi di ricostruzione e gestione, senza contare l’onere sociale e politico di governare una popolazione ostile, aggravando ulteriormente le tensioni e i conflitti.
L’unica opzione realistica per Israele, nel contesto di Gaza, è mantenere un rigido controllo militare per prevenire attacchi e minacce alla sicurezza nazionale. Un controllo totale o l’annessione non solo sarebbe costoso, ma metterebbe a rischio la sicurezza interna e l’equilibrio demografico dello Stato ebraico, introducendo ulteriori instabilità in una regione già altamente volatile.
La logica pragmatica suggerisce quindi che l’annessione di Gaza non rientra in alcuna visione politica seria, ma è più un’astrazione ideologica usata come retorica politica da alcuni settori estremisti.
La soluzione finale al conflitto: un tentativo non facile ma possibile
La “soluzione finale” per risolvere il conflitto israelo-palestinese e promuovere una duratura distensione in Medio Oriente potrebbe effettivamente passare attraverso un cambiamento radicale del regime iraniano, come prospettato dall’idea di rovesciare il governo degli Ayatollah. L’Iran, infatti, rappresenta uno dei principali finanziatori e sostenitori di gruppi militanti come Hamas e Hezbollah, che alimentano il conflitto con Israele e destabilizzano la regione. Un mutamento di regime in Iran, con l’abolizione della teocrazia sciita e l’instaurazione di una monarchia costituzionale sotto la guida di Reza Ciro Pahlavi, potrebbe aprire nuove prospettive per la stabilità e la pace.
Il Principe Reza Pahlavi, erede al trono dell’antica monarchia persiana, rappresenta un’opzione moderata e riformista, capace di avviare una serie di riforme sociali, politiche ed economiche che potrebbero non solo modernizzare l’Iran, ma anche ridurre il suo ruolo destabilizzante nella regione. Un Iran più aperto, laico e alleato dell’Occidente potrebbe tagliare il sostegno a gruppi terroristici e aprire nuovi canali di dialogo con Israele e i suoi vicini arabi.
In questo scenario, il sostegno degli Stati Uniti sarebbe cruciale per garantire la transizione pacifica e la stabilità interna in Iran, ma anche Israele e l’Arabia Saudita potrebbero giocare un ruolo importante; ma ovviamente anche l’Europa dovrà necessariamente fare la sua parte, come anche le Nazioni Unite.
L’Arabia Saudita, in particolare, vede l’Iran come il suo principale rivale geopolitico e religioso, e la caduta degli Ayatollah sarebbe per Riyadh un enorme vantaggio. Eliminando la minaccia rappresentata dall’Iran, si aprirebbe la strada a una distensione più ampia tra Israele e il mondo arabo, accelerata già dagli Accordi di Abramo, e rafforzerebbe il processo di normalizzazione che sta avvenendo tra Israele e paesi arabi come il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti.

Questa strategia, pur ambiziosa, presenta molteplici sfide, tra cui l’incertezza su come un cambio di regime in Iran potrebbe essere realizzato senza destabilizzare ulteriormente il paese e l’intera regione.
Tuttavia, se si riuscisse a riportare l’Iran verso una monarchia costituzionale riformista, potrebbe effettivamente essere un punto di svolta per il Medio Oriente, con potenziali benefici per la pace israelo-palestinese e per l’equilibrio di potere regionale.
In sintesi, una “soluzione finale” che passi dalla caduta del regime iraniano e dalla creazione di un Iran riformato e pacifico potrebbe essere l’unica strategia di lungo termine capace di stabilizzare la regione e disinnescare uno dei principali motori del conflitto.
Andrea Franchi

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