Il fragile equilibrio tra India e Pakistan si è incrinato ancora una volta. Il nuovo focolaio di tensione tra le due potenze asiatiche è scoppiato lo scorso 22 aprile, quando un attentato terroristico ha colpito la località turistica di Pahalgam, nel territorio indiano del Jammu e Kashmir. Venticinque civili, in maggioranza turisti, sono morti. A rivendicare l’attacco è stato il gruppo jihadista Lashkar-e-Taiba, organizzazione nota per i suoi legami con l’intelligence pakistana.
In risposta, Nuova Delhi ha intrapreso un’escalation diplomatica e strategica: espulsione di diplomatici pakistani, revoca dei visti, chiusura del principale valico di frontiera di Atari-Wagah e, fatto ancor più significativo, la sospensione unilaterale del Trattato dell’Indo del 1960, che regolava da oltre sessant’anni la distribuzione delle acque tra i due Paesi.
Islamabad ha reagito senza esitazione: interruzione degli scambi commerciali, chiusura dello spazio aereo agli aerei indiani, stato di allerta generale dell’esercito, e movimenti di truppe e blindati verso la Linea di Controllo (LoC). Da giorni, sulle montagne del Kashmir, si spara.
Il Kashmir, cuore pulsante della rivalità
Il vero nodo non è il singolo attentato, ma l’ennesima riattivazione di un conflitto mai sopito: quello per il controllo del Kashmir. Un territorio montano diviso tra India, Pakistan e Cina, che rappresenta non solo una frontiera fisica, ma una faglia geopolitica e culturale. L’India rivendica il Kashmir nella sua interezza, compresa la parte cinese e quella in mano pakistana. Il Pakistan, dal canto suo, rivendica le aree controllate dall’India, facendo leva sulla maggioranza musulmana della popolazione.
Il problema è che questa rivalità non è solo una questione di confini: è propaganda, legittimazione, identità. Per l’India, mantenere il controllo significa affermare la propria sovranità su un territorio simbolico e strategico. Per il Pakistan, è una questione di onore e religione. Ma dietro i vessilli agitati c’è una partita ben più cinica e complessa.
L’acqua, nuova arma di pressione
La sospensione da parte indiana del Trattato dell’Indo ha trasformato l’acqua in un’arma geopolitica. Il fiume, vitale per l’agricoltura pakistana, nasce in territorio indiano e scorre per oltre 3.000 km. Il gesto di Nuova Delhi è stato letto da Islamabad come un atto di guerra, e non a torto: mettere a rischio l’approvvigionamento idrico in un paese già provato da una crisi economica senza precedenti è una manovra chirurgica e brutale, volta a mettere l’avversario in ginocchio senza sparare un colpo.
Il triangolo India–Pakistan–Cina
A rendere tutto più pericoloso è la presenza ingombrante della Cina. Pechino sostiene Islamabad come partner strategico, soprattutto in funzione anti-indiana. Il Corridoio Economico Cina–Pakistan (CPEC), una delle arterie della Nuova Via della Seta, attraversa proprio le aree contese del Kashmir pakistano, consolidando l’asse sino-pakistano e rafforzando il sentimento di accerchiamento percepito da Nuova Delhi.
In questo contesto, ogni mossa indiana ha un duplice destinatario: Islamabad e Pechino. Non si tratta solo di respingere l’offensiva terroristica, ma di dimostrare determinazione in un’area dove si incrociano gli interessi di tre potenze regionali.
Una crisi costruita anche per ragioni interne
Non è un mistero che il governo di Narendra Modi abbia usato la linea dura anche per rafforzare la propria posizione interna. Dopo il declassamento del Jammu e Kashmir da Stato a Territorio dell’Unione nel 2019, l’esecutivo ha centralizzato il controllo della regione, puntando a soffocare ogni autonomia. L’attentato di aprile è arrivato nel momento giusto per rilanciare la retorica del pugno di ferro, far dimenticare le difficoltà economiche e rafforzare il consenso elettorale.
Allo stesso tempo, il Pakistan vive una crisi profonda, con povertà oltre il 40% e un governo debole. In questo scenario, l’alimentazione della tensione può servire anche a distrarre l’opinione pubblica interna, a spostare l’attenzione su un nemico esterno, e a giustificare nuove derive autoritarie.
E se la guerra scoppiasse davvero?
L’eventualità di un conflitto armato totale tra India e Pakistan resta oggi improbabile, ma non impossibile. Più che uno scontro diretto, si profila uno scenario di guerra “a bassa intensità” prolungata, fatta di schermaglie, cyber attacchi, sabotaggi e sanzioni.
Il vero pericolo è però rappresentato dalle armi nucleari. Entrambe le nazioni possiedono arsenali atomici. Una escalation fuori controllo potrebbe sfociare in un disastro umanitario e ambientale su scala regionale, se non globale. Le cancellerie internazionali – da Washington a Mosca, fino a Bruxelles e Pechino – seguono con crescente preoccupazione gli sviluppi.
Il Kashmir continua a essere una polveriera. Una terra splendida e contesa, sacrificata sull’altare dell’interesse strategico e della retorica nazionale. Una terra dove ogni metro di roccia equivale a una dichiarazione di sovranità, e dove, oggi più che mai, la pace sembra un miraggio.
Andrea Franchi
Presidente di Tarentum Forum APS
