Di Andrea Franchi
Ho vissuto a Medellín nei giorni in cui Pablo Escobar trasformava la Colombia in un campo di battaglia. Le bombe, gli omicidi, i sequestri… era un incubo quotidiano. Ho visto con i miei occhi cosa significa vivere in un Paese in ostaggio di narcos e guerriglieri, e non parlo per sentito dire: ho respirato quell’aria di paura, ho visto famiglie distrutte in un attimo, ho visto la gente chinare la testa perché altrimenti si moriva.
Quando ho saputo dell’attentato a Miguel Uribe Turbay, due mesi fa, ho sentito un pugno nello stomaco. Oggi, con la sua morte, è come se quel pugno mi fosse arrivato dritto al cuore. Miguel non era solo un politico promettente: era un uomo buono. Chi lo ha conosciuto sa che parlava di politica pensando alla gente, non al potere. Cresciuto con il dolore di perdere la madre — rapita e assassinata dal cartello di Medellín — avrebbe potuto odiare il mondo, invece ha scelto di combattere per cambiarlo.
Un percorso politico raro in Colombia
A 25 anni era già consigliere comunale di Bogotá, a 30 segretario di governo. Poi il salto al Senato, diventando il più votato del Centro Democrático. Non era uno di quei politici di cartone, buoni solo a fare campagna elettorale: lavorava, ascoltava, proponeva soluzioni concrete. Aveva il sogno — e la capacità — di diventare Presidente della Colombia. E credetemi: sarebbe stato un grande Presidente.
Il colpo vigliacco
Il 7 giugno, in mezzo alla sua gente, Miguel è stato colpito alla testa da un ragazzino di appena 14 anni, usato come carne da macello dai nuovi padroni della violenza: non più guerriglieri mossi da un’ideologia, ma semplici narcos travestiti da rivoluzionari, pronti a vendere morte per denaro. Due mesi di coma, un susseguirsi di operazioni, e poi… il silenzio.
Nella stessa clinica in cui lui lottava tra la vita e la morte, si è spenta anche sua nonna materna, la donna che lo aveva amorevolmente cresciuto dopo l’assassinio della madre, stroncata dall’immenso dolore di vederlo in quelle condizioni. L’11 agosto, proprio nel giorno in cui la famiglia stava preparando la commemorazione per lei, Miguel se n’è andato.
Ha lasciato la moglie, le due figlie di lei avute da un precedente matrimonio — che lui aveva accolto e amato come fossero sangue del suo sangue, e dalle quali era considerato un vero padre — e un bimbo piccolo che oggi crescerà con il ricordo di un padre buono, coraggioso e giusto.
La mia rabbia e la mia memoria
Chi non ha vissuto la Colombia negli anni bui forse non capisce fino in fondo cosa significhi. Per me, ogni volta che un uomo giusto viene ucciso così, è come riaprire una ferita che non si è mai chiusa. Perché in Colombia, quando si alza la testa e si parla di legalità, il prezzo lo si paga col sangue.
Una buona notizia, ma non basta
Pare che nel frattempo Zarco Aldinever, il criminale che si presume abbia ordinato l’omicidio di Miguel, sia stato rintracciato e ucciso in Venezuela. Lì si sentiva al sicuro, sotto la protezione di quell’altro delinquente di Nicolás Maduro. E invece, questa volta, la mano della giustizia è arrivata anche lì. Bene. Ma non basta. La caccia deve continuare fino a prendere ogni singolo responsabile, fino a smantellare la rete criminale che ha pensato e pagato questo attentato.
Un appello dalla mia seconda patria
Il Presidente della Colombia ha chiesto aiuto internazionale. Io dico: l’appello va accolto subito e senza tentennamenti. Bisogna eliminare, una volta per tutte, questi parassiti che da oltre cinquant’anni strangolano il Paese. Non sono guerriglieri, non sono rivoluzionari: sono solo banditi che vivono di droga, paura e morte.
Perché la morte di Miguel Uribe Turbay non resti solo una pagina nera, ma diventi la scintilla per dire basta. Perché la Colombia merita pace, ordine e speranza. E perché io, da uomo che la Colombia l’ha vissuta e amata, non sopporterei di vedere ancora un altro uomo buono cadere per mano di questi vigliacchi.

Miguel Uribe Turbay-l’ultima immagine nel giorno stesso del suo attentato
