Venezuela: cronaca di un impero criminale, dall’ascesa al declino

Di Andrea Franchi

Il nome “Cartel de los Soles” appare per la prima volta negli anni Novanta, quando alcuni generali della Guardia Nazionale venezuelana vengono accusati di complicità con i cartelli colombiani. I “soles” cuciti sulle spalline degli ufficiali diventano il simbolo di un sistema che, col passare del tempo, si trasforma da episodio di corruzione militare a rete diffusa di collusioni tra apparato statale e traffici illeciti. È l’inizio di un fenomeno che segnerà la storia recente del Venezuela.

Con Hugo Chávez, il quadro si evolve. Da un lato, la rottura con la DEA nel 2005 elimina i controlli statunitensi. Dall’altro, episodi clamorosi come il volo Air France del 2013, atterrato a Parigi con oltre una tonnellata di cocaina imbarcata a Caracas, mostrano quanto in profondità il narcotraffico avesse penetrato dogane e forze di sicurezza. Parallelamente, nascono nuove organizzazioni locali come il Tren de Aragua, che dai penitenziari si estende a estorsioni, tratta e droga, fino a diventare oggi un protagonista regionale.

La morte di Chávez nel 2013 segna una svolta decisiva. NicolásMaduro, suo ministro degli Esteri e poi vicepresidente, viene designato successore e si insedia come presidente ad interim. Pochi mesi dopo vince di misura le elezioni. Dietro quell’investitura, secondo l’ex vicepresidente argentino Carlos Ruckauf, ci fu un intervento decisivo di Cristina Kirchner e RaúlCastro, intenzionati a garantire la continuità del blocco bolivariano e la sicurezza delle forniture di petrolio a Cuba. È il segno che il potere venezuelano non è più solo questione interna, ma parte di un disegno regionale coordinato.

All’interno del Paese, Maduro consolida il potere affidandosi ai militari. Al suo fianco emergono due figure cruciali: DiosdadoCabello, uomo forte del partito e padrone dei meccanismi di controllo politico e territoriale, e Vladimir Padrino López, ministro della Difesa e garante della fedeltà delle forze armate. Ma la vera regia, sostengono molti osservatori, appartiene a CiliaFlores, moglie del presidente ed ex presidente dell’Assemblea Nazionale. La vicenda dei “narcosobrinos”, due nipoti condannati a New York per traffico di droga, ha reso evidente l’esistenza di un clan familiare capace di muovere capitali e influenze ben oltre i confini venezuelani.

È in questo intreccio di potere politico, apparato militare e reti criminali che il Venezuela diventa un hub ideale per i grandi cartelli colombiani e messicani. I porti caraibici, le frontiere porose e la protezione istituzionale offrono ai narcos un corridoio sicuro verso Stati Uniti ed Europa. Per oltre un decennio, il sistema regge e si rafforza grazie anche a legami con partner globali: Russia e Cina sul piano politico ed economico, Iran e Hezbollah sul versante strategico, mentre Paesi africani e il Brasile di Lula forniscono sponde diplomatiche.

Ma proprio questa espansione diventa la causa della crisi. Quando la rete venezuelana non si limita più a facilitare traffici di droga, ma intreccia relazioni organiche con il terrorismo islamico e apre spiragli a una presenza militare di Mosca e Pechino nei porti e negli aeroporti del Paese, la soglia di tolleranza di Washington si azzera. Come nel 1962 a Cuba, gli Stati Uniti considerano inaccettabile la possibilità di un avamposto ostile alle proprie porte.

Dal 2020 le accuse di narcoterrorismo contro Maduro e i suoi fedelissimi diventano ufficiali, con tanto di taglia multimilionaria sulla sua testa. Nel 2025, l’amministrazione Trump spinge oltre: il Cartel de los Soles viene assimilato a una rete terroristica, il Trende Aragua è inserito nella lista delle organizzazioni straniere ostili, e i cartelli messicani stessi vengono trattati come nemici strategici. Ne consegue una nuova fase: dalle sanzioni economiche si passa ai pattugliamenti navali e a un’escalation militare nel Caribe.

Dal punto di vista dei cartelli, il Venezuela era stato un paradiso: un santuario politico-militare che garantiva passaggi sicuri, protezione e persino coperture diplomatiche. Ma l’eccesso di esposizione, la convergenza con il terrorismo e la proiezione verso Russia e Cina hanno trasformato quell’ombrello in un bersaglio. Gli Stati Uniti non vedono più Caracas come un semplice regime autoritario corrotto, ma come un nodo pericoloso nel cuore del proprio emisfero.

Il castello costruito in trent’anni rischia ora di crollare. Le grandi reti criminali si adattano: frazionano i carichi, cercano rotte alternative, spostano i flussi finanziari sull’oro e sulle criptovalute, delegano sempre più alle gang locali. Ma il messaggio è chiaro: il tempo dell’impunità a Caracas sembra avviarsi alla fine.

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