Con un voto definitivo arrivato lo scorso 17 settembre, l’Italia segna un punto di svolta nella regolamentazione dell’intelligenza artificiale. È infatti stato approvato il nuovo disegno di legge che introduce, per la prima volta nel nostro ordinamento, il reato di diffusione illecita di contenuti manipolati tramite AI, meglio noti come deepfake. Una risposta legislativa chiara e decisa a un fenomeno sempre più dilagante, capace di minacciare non solo la reputazione delle persone, ma anche i fondamenti della democrazia e della libertà individuale.
L’intervento normativo si inserisce nel codice penale all’interno del Titolo XII, dedicato ai delitti contro la persona, e in particolare nel Capo III, che tutela la libertà individuale. Un posizionamento tutt’altro che casuale: il legislatore intende infatti ribadire come la manipolazione digitale, quando impatta sulla dignità, sull’identità e sull’autodeterminazione della persona, debba essere trattata al pari di ogni altra forma di violenza morale.
Negli ultimi anni, il progresso dell’intelligenza artificiale ha reso le macchine sempre più autonome, capaci non solo di eseguire compiti complessi ma anche di apprendere e decidere. Tuttavia, come ammoniva già il giurista Stefano Rodotà, questa rivoluzione digitale ha portato con sé anche una “rivoluzione della dignità”: l’essere umano rischia oggi di essere ridotto a mero oggetto, governato da logiche algoritmiche che ne minano la libertà.
In questo contesto si inserisce la necessità – fortemente avvertita dalla società civile – di un quadro normativo in grado di tutelare diritti e libertà. L’Unione Europea ha aperto la strada con l’AI Act (Regolamento UE 2024/1689), che stabilisce regole armonizzate sull’uso dell’intelligenza artificiale, promuovendo un approccio antropocentrico, responsabile e trasparente. Ora anche il legislatore italiano ha compiuto un passo concreto in questa direzione.
La nuova legge introduce importanti modifiche al codice penale. Tra queste, l’integrazione dell’articolo 61 sulle circostanze aggravanti comuni: se un reato è commesso mediante l’uso di sistemi di intelligenza artificiale che rendano più insidiosa la condotta, ostacolino la difesa della vittima o ne aggravino le conseguenze, la pena sarà aumentata. Una previsione che riconosce il potenziale lesivo dell’AI quando viene utilizzata in modo distorto.
Un’altra modifica riguarda l’articolo 294, che tutela i diritti politici dei cittadini. L’aggravante qui introdotta colpisce chi, usando l’intelligenza artificiale per ingannare, impedisca o condizioni l’esercizio libero e consapevole dei diritti politici. In questi casi, la reclusione prevista passa da uno a cinque anni a una forbice più severa: da due a sei anni.
Il cuore della riforma, però, è rappresentato dall’introduzione del nuovo articolo 612-quater, che tipizza il reato di “illecita diffusione di contenuti generati o manipolati con sistemi di intelligenza artificiale”. Si tratta, in sostanza, del primo riconoscimento formale e sanzionatorio del fenomeno dei deepfake. Sarà punito con la reclusione da uno a cinque anni chiunque, senza il consenso della persona coinvolta, diffonda immagini, video o audio alterati digitalmente, capaci di ingannare sulla loro autenticità e provocare un danno ingiusto.
Il nuovo reato è punibile a querela, ma in alcuni casi si procederà d’ufficio: quando la vittima è una persona incapace, per età o infermità, o se si tratta di un pubblico ufficiale preso di mira per il ruolo che ricopre. La norma, come evidenziato anche nella relazione illustrativa, vuole garantire una “tutela rafforzata” alla persona, difendendone l’identità, la dignità e la libertà morale.
L’approvazione di questa legge rappresenta un passaggio fondamentale: per la prima volta, la manipolazione digitale diventa materia di diritto penale, con pene concrete e ben definite. Non si tratta solo di una risposta tecnica a un problema tecnologico, ma di un atto politico e giuridico che riafferma la centralità della persona nell’era degli algoritmi.
In un mondo in cui la verità è sempre più fragile e le immagini possono mentire meglio delle parole, lo Stato decide di scendere in campo per difendere ciò che resta più umano: la libertà di essere sé stessi, senza che un software possa manipolarlo.
Noemi De Noia
