Le parole pronunciate dal Procuratore di Napoli Nicola Gratterisegnano un punto di non ritorno nel già delicatissimo rapporto tra magistratura, politica e cittadini. Dichiarare che “coloro che votano SÌ non sono persone perbene” non è solo un’opinione: è un atto di arroganza istituzionale, una delegittimazione morale dell’elettorato, un abuso del ruolo pubblico che dovrebbe garantire equilibrio, non emettere scomuniche civili.
Qui non siamo davanti a un confronto di idee. Siamo davanti a un magistrato che, forte della sua posizione, pretende di stabilire chi sia “perbene” e chi no in base a un voto referendario. È una deriva pericolosa, incompatibile con uno Stato di diritto. In democrazia il voto non qualifica moralmente il cittadino: esprime una scelta legittima su un tema legittimo. Tutto il resto è intimidazione culturale.
Un linguaggio inaccettabile da chi esercita potere
Le parole di Gratteri non sono una scivolata. Sono il riflesso di una cultura che, da anni, considera ogni tentativo di riforma della giustizia come un attacco personale, ogni critica come una minaccia, ogni controllo come una profanazione. È la cultura dell’irresponsabilità eretta a sistema: noi giudichiamo, ma non possiamo essere giudicati.
Questo atteggiamento spiega perché il fronte del NO ricorra a slogan, caricature e falsità invece di affrontare il merito. Perché nel merito emerge una verità scomoda: il sistema ha prodotto errori gravissimi senza conseguenze reali per chi li ha commessi.
Il calvario degli innocenti e l’assenza di responsabilità
Il caso Enzo Tortora resta una ferita aperta. Un uomo distrutto da accuse infondate, esposto al pubblico ludibrio, incarcerato, annientato nella dignità e nella salute. Alla fine assolto. E poi? Nessuno ha pagato davvero. Nessuno ha risarcito l’ingiustizia con la stessa severità con cui era stata inflitta.
Tortora non è un’eccezione: è il simbolo. Dietro di lui ci sono migliaia di storie meno note, vite spezzate da indagini sbagliate, carcerazioni preventive rivelatesi infondate, processi finiti nel nulla dopo anni. Sempre lo stesso copione: chi subisce paga tutto, chi sbaglia non paga mai.
Il SÌ come atto di responsabilità civica
Chi voterà SÌ non lo farà contro la giustizia, ma per la giustizia. Per una giustizia che funzioni meglio, che sia più equilibrata, più sobria, più consapevole del potere enorme che esercita sulla vita delle persone. Voterà SÌ perché ritiene che nessun potere, in una democrazia matura, possa essere sottratto a meccanismi di controllo e responsabilità.
E proprio per questo il referendum, per quanto insufficiente, va considerato solo un primo passo. Serve molto di più. Serve completare il cerchio.
Responsabilità civile e penale: il nodo da sciogliere
Una riforma vera deve prevedere la responsabilità civile e penale diretta per magistrati e giudici che, per negligenza grave o dolo, distruggono la vita di innocenti. Non rivalse astratte, non schermi corporativi, non assicurazioni di sistema. Responsabilità personale. Come accade per ogni altra funzione pubblica. Come accade per ogni cittadino.
Questo non significa intimidire la magistratura. Significa ricondurla entro i confini dello Stato di diritto. Chi esercita un potere così invasivo deve essere il primo a risponderne.
Restituire le parole al mittente
Le parole di Gratteri vanno respinte con fermezza e con sdegno. Non perché offendono chi vota SÌ — che saprà difendersi da solo — ma perché offendono la democrazia. Perché tradiscono una concezione elitaria e moralistica del potere giudiziario. Perché alimentano la frattura tra istituzioni e cittadini.
No, Procuratore Gratteri: le persone perbene non si riconoscono dal voto, ma dal rispetto delle regole, dei limiti e delle responsabilità. E proprio in nome di queste, milioni di cittadini voteranno SÌ. Senza chiedere il permesso a nessuno.
