(Di Andrea Franchi)
Torino ha aperto le celebrazioni per il centenario della morte di Piero Gobetti nel luogo che più di ogni altro ne incarna lo spirito civile e culturale: il Teatro Carignano. Alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella, l’Italia ha reso omaggio a una delle figure più alte, scomode e precoci del pensiero politico del Novecento.
Gobetti morì a soli venticinque anni, ma la sua opera continua a interpellarci con una forza rara. Non fu soltanto un intellettuale antifascista: fu, prima ancora, un implacabile critico delle debolezze strutturali dello Stato liberale italiano. La sua celebre definizione del fascismo come «autobiografia della nazione» resta una delle diagnosi più lucide mai formulate sulla crisi morale e politica dell’Italia post-unitaria.
Un liberalismo controcorrente
Gobetti si definiva liberale, ma il suo liberalismo non aveva nulla di conservativo, quietistico o notarile. Era un liberalismo rivoluzionario, fondato sull’idea che la libertà non sia un dato acquisito, bensì il risultato di un conflitto permanente tra forze sociali organizzate. Non equilibrio, ma tensione; non armonia, ma lotta.
Egli osservò con straordinaria lucidità l’implosione dello Stato liberale prefascista, giudicandolo trasformista, privo di etica pubblica, incapace di educare i cittadini alla responsabilità. In questo vuoto di coscienza civile, Gobetti individuò nel movimento operaio e nel socialismo una delle poche forze autenticamente moderne e vitali.
Il dialogo critico con il socialismo
Il rapporto di Gobetti con il socialismo fu complesso, fecondo, mai subalterno. Non si trattò di adesione ideologica, ma di confronto intellettuale serrato. Egli guardò con interesse all’esperienza dei consigli di fabbrica torinesi e al gruppo dell’Ordine Nuovo guidato da Antonio Gramsci, riconoscendo nel proletariato una classe capace di educarsi all’autogoverno e alla disciplina collettiva.
Gobetti vedeva nel socialismo non solo un programma economico, ma una energia morale: una scuola di sacrificio, una palestra di responsabilità, una forma di organizzazione capace di generare coscienza politica. In questo senso, il socialismo rappresentava per lui una risorsa storica indispensabile per la maturazione democratica dell’Italia.
Tuttavia, egli rifiutò sempre sia il determinismo economico dell’ortodossia marxista, sia ogni forma di collettivismo che potesse comprimere la libertà individuale. La sua prospettiva rimase autonoma: rigenerare il liberalismo attraverso il conflitto sociale, non sostituirlo con un nuovo dogma.
Contro il riformismo sterile e il totalitarismo
Gobetti fu severo anche verso il riformismo socialista, che giudicava spesso timido e prigioniero della logica parlamentare. Al tempo stesso, non aderì mai alla prospettiva del comunismo italiano nato dalla scissione di Livorno del 1921. La sua critica era radicale: senza una cultura della libertà, nessuna rivoluzione può dirsi davvero tale.
In questo senso, Gobetti anticipò una delle grandi lezioni del Novecento: senza una solida etica liberale, anche i movimenti nati per emancipare possono degenerare in nuove forme di oppressione.
L’eroe solitario della libertà
A distanza di decenni, Norberto Bobbio ne colse con precisione il valore simbolico e morale. In una conversazione del 2003 ricordava Gobetti come «l’inimitabile combattente per la libertà», l’eroe solitario che combatte sapendo di poter soccombere. Un Davide contro Golia, un Leopardi civile che sceglie la sconfitta piuttosto che il compromesso.
Un’eredità ancora viva
A cento anni dalla sua morte, Gobetti non appartiene al passato. La sua lezione resta attuale in un’epoca segnata da nuove forme di conformismo, da un uso strumentale della democrazia e da una persistente difficoltà italiana a distinguere tra libertà e privilegio.
La sua originalità sta nell’aver tentato una sintesi alta e difficile: libertà individuale e conflitto sociale, liberalismo e disciplina, pluralismo e responsabilità. Una sintesi incompiuta, forse, ma proprio per questo ancora feconda.
Ricordare Piero Gobetti oggi non significa celebrarne un mito innocuo, ma accettarne la sfida: quella di un liberalismo esigente, minoritario, capace di stare in piedi solo se disposto a combattere.
