Insulti, falsificazioni storiche e accuse grottesche contro Giorgia Meloni: il volto della macchina mediatica russa rivela più debolezza che forza.
C’è un punto che va chiarito subito, senza ambiguità né ingenuità: quando Vladimir Soloviev insulta Giorgia Meloni, non sta esprimendo un’opinione. Sta eseguendo un compito.
Ridurre le sue parole a uno “sfogo personale” significa non comprendere – o peggio, voler ignorare – la natura stessa del sistema mediatico russo. In quel contesto, la figura del giornalista indipendente è un’illusione: esistono portavoce, megafoni, funzionari della narrazione.
E Soloviev non è altro che questo: un amplificatore disciplinato della linea del Cremlino.
Pensare che un personaggio del suo calibro, volto di punta della televisione di Stato, possa lanciarsi in attacchi sguaiati contro un capo di governo europeo senza una cornice politica ben precisa è semplicemente irrealistico. In Russia, la comunicazione non sfugge mai al controllo del potere: la riflette, la interpreta e la serve. Sempre.
Questo non assolve Soloviev, anzi lo aggrava. Perché se è vero che recita un copione, è altrettanto vero che lo fa con entusiasmo, scendendo deliberatamente al livello più basso della polemica: l’insulto personale, la volgarità, la caricatura sessista. Non argomenta, non analizza, non confuta. Degrada.
Ed è proprio qui che emerge la sua irrilevanza giornalistica: un uomo che, invece di confrontarsi con le scelte politiche di un governo legittimamente eletto, preferisce attaccarne la dignità personale, non è un cronista. È uno strumento.
Uno strumento che serve un obiettivo preciso: delegittimare, screditare, erodere. Non convincere, ma corrodere. Non informare, ma contaminare.
E allora la questione non è cosa pensa Soloviev.
La vera domanda è: perché il Cremlino ha deciso che l’Italia e il suo governo debbano diventare un bersaglio?
E poi c’è il terreno su cui Soloviev pretende di ergersi a giudice morale: la storia.
Un terreno che, nelle sue mani, diventa una palude di omissioni, distorsioni e ipocrisie.
Quando si proclama “ebreo antifascista” e si lancia in invettive contro Mussolini e Hitler, dimentica – o finge di dimenticare – un passaggio fondamentale del Novecento: il rapporto ambiguo, opportunistico e spesso complice tra l’Unione Sovietica di Joseph Stalin e la Germania nazista di Adolf Hitler.
Il punto di svolta è il Patto Molotov-Ribbentrop del 1939: un accordo che non fu una semplice tregua tattica, ma un’intesa strategica che permise a Hitler di scatenare la guerra senza temere il fronte orientale. Non solo: l’Unione Sovietica fornì materie prime cruciali alla Germania nazista – petrolio, grano, risorse industriali – mentre in patria milioni di cittadini sovietici avevano già conosciuto gli effetti devastanti della collettivizzazione forzata e carestie come l’Holodomor.
Una tragedia che Soloviev evita accuratamente di menzionare, perché incrina la narrazione comoda di una Russia sempre e solo “liberatrice”.
E ancora: chi oggi si scandalizza per i crimini del nazismo dovrebbe ricordare che il sistema concentrazionario non nasce nel vuoto. I gulag sovietici – la rete di campi di lavoro forzato costruita sotto Stalin – rappresentano uno dei primi esempi moderni di repressione di massa organizzata dallo Stato. Il modello tedesco si sviluppò in modo autonomo e con caratteristiche proprie, ma in un contesto storico in cui la brutalità dei regimi totalitari era già una realtà concreta e consolidata.
Questo non significa equiparare meccanicamente sistemi diversi, ma smontare una narrazione semplicistica e strumentale: quella di chi pretende di dare lezioni morali ignorando le ombre profonde della propria storia.
Perché il problema non è condannare Mussolini o Hitler – cosa doverosa e indiscutibile.
Il problema è farlo con la pretesa di superiorità morale, quando si proviene da una tradizione politica che ha prodotto repressione, deportazioni e milioni di vittime.
E allora la domanda diventa inevitabile: con quale credibilità un propagandista del Cremlino si arroga il diritto di distribuire patenti di antifascismo?
Fra le accuse più grottesche lanciate da Soloviev, ce n’è una che merita di essere isolata per quello che è: un capolavoro di confusione mentale mascherato da analisi politica.
Il presunto “tradimento” di Giorgia Meloni nei confronti di Donald Trump.
Qui non siamo nemmeno nel campo della propaganda sofisticata. Siamo al livello della caricatura.
Un Presidente del Consiglio italiano non giura fedeltà a un leader straniero.
Giura fedeltà alla Repubblica Italiana, alla sua Costituzione, ai suoi cittadini. Punto.
Pensare – o fingere di pensare – che la politica estera italiana debba essere interpretata come un rapporto personale di lealtà verso un capo di Stato estero rivela una visione del potere profondamente distorta. Una visione in cui la politica non è interesse nazionale, ma subordinazione personale. Non è strategia, ma fedeltà al “capo”.
Ed è qui che l’accusa si ritorce contro chi la pronuncia.
Perché questo schema mentale appartiene esattamente al sistema che Soloviev rappresenta: un sistema in cui il potere è verticale, personalizzato, accentrato attorno a una figura dominante, e in cui la lealtà non è verso lo Stato, ma verso chi lo controlla.
Applicare questo modello alle democrazie occidentali significa semplicemente non capirle.
O, più probabilmente, volerle deliberatamente travisare.
In una democrazia matura, cambiare posizione, dialogare con interlocutori diversi, difendere interessi nazionali anche quando divergono da quelli degli alleati non è tradimento.
È governo.
Il vero paradosso, quindi, non è l’accusa in sé – già di per sé fragile – ma il fatto che venga da chi appartiene a un sistema dove il concetto stesso di autonomia politica è praticamente inesistente.
E allora sì, prima ancora di accusare altri di incoerenza, forse sarebbe il caso di rimettere ordine nei propri schemi logici. Perché qui non siamo di fronte a una critica politica: siamo davanti a un riflesso condizionato.
Alla fine, tolti gli slogan, le urla e le caricature, resta una verità semplice:
Soloviev non è un avversario politico. È un prodotto.
Un prodotto di un sistema che ha bisogno di nemici esterni per giustificare le proprie debolezze interne. Un sistema che sostituisce il confronto con l’insulto, l’argomentazione con la diffamazione, la realtà con la propaganda.
E qui sta il punto decisivo:
chi deve ricorrere a questi strumenti ha già perso sul piano più importante, quello della credibilità.
Giorgia Meloni può piacere o non piacere, può essere criticata, contrastata, sfidata politicamente. Ma rappresenta un governo legittimato dal voto, inserito in un sistema democratico, che risponde ai cittadini e alle istituzioni.
Dall’altra parte c’è chi risponde a un copione.
E allora il confronto non è nemmeno alla pari.
Perché da un lato c’è una leadership che agisce alla luce del sole, dall’altro c’è una voce che urla nell’eco di un sistema chiuso, dove il dissenso non esiste e la verità è una variabile subordinata al potere.
Soloviev può continuare a insultare, deformare, agitare fantasmi del passato. Ma ogni parola di troppo non fa altro che confermare ciò che è davvero: non un giornalista, ma un megafono.
E i megafoni, per quanto possano fare rumore, non cambiano la realtà.
La amplificano. Spesso, fino a rendere evidente il vuoto che li alimenta.
Se questo era un attacco, il risultato è opposto:
non ha indebolito l’Italia. Ha semplicemente mostrato, ancora una volta, la fragilità di chi ha bisogno della propaganda per esistere.
E a quel punto, più che una minaccia, resta solo una constatazione:
il rumore non è forza. È assenza di argomenti.
Articolo a cura di Andrea Franchi
