Chiusure da Covid: così il Governo Draghi ha aumentato il lavoro in nero

 

Le chiusure a causa delle restrizioni da dpcm hanno fatto lievitare il numero dei lavoratori in nero.

Un numero di invisibili difficilmente quantificabile, per l’istituto, anche se secondo gli ultimi dati stimati qualche anno fa dall’Istat, quindi ben prima dell’avvento del Covid-19, “i lavoratori in nero presenti in Italia erano molti: circa 3,2 milioni”.

Nei prossimi mesi, sostiene la Cgia, la situazione è destinata a peggiorare. “Con lo sblocco dei licenziamenti previsti dapprima a fine giugno, per coloro che lavorano nelle Pmi e nelle grandi imprese, e successivamente in autunno, per quelli che sono occupati nelle micro e piccolissime aziende, c’è il pericolo che il numero dei senza lavoro aumenti in misura importante. Stiamo parlando di quelle persone che non riuscendo a trovare una nuova occupazione saranno costrette a optare per un lavoro irregolare o si improvviseranno come abusivi per integrare le magre entrate familiari”.

Altrettanto diffusa sul territorio, sostiene la Cgia, è “l’attività svolta da finti parrucchieri, estetisti e massaggiatori abusivi che a seguito delle chiusure di queste attività, causa Covid, stanno imperversando, soprattutto in questa settimana di Pasqua, recandosi nelle abitazioni dei/delle clienti per il taglio, la messa in piega, il massaggio ayurvedico, la depilazione o la pulizia del viso”.

Per la Cgia la decisione del governo Draghi di chiudere in zona rossa il settore benessere è “immotivata”. Anche perché, viene spiegato, “le attività di acconciatura e di estetica dal maggio dell’anno scorso hanno applicato con la massima diligenza le linee guida dettate dalle autorità sanitarie e dal Governo precedente, intensificando le già rigide misure previste dal settore sul piano igienico-sanitario e si sono riorganizzate per garantire la massima tutela della salute degli imprenditori, dei loro collaboratori e dei clienti. Lavorando su prenotazione e avendo investito notevolmente in prevenzione”, prosegue la nota, “non risulta che in nessuna parte del Paese si siano verificati dei focolai di contagio presso queste attivita’ tale da giustificare la decisione di chiudere tutto”.

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