Il Covid anticipa la pensione: si potrà smettere prima di lavorare e con assegni più cospicui

Il Covid anticipa la pensione: si potrà smettere prima di lavorare (ossia non «più tardi», come programmato) e con assegni più pesanti. L’elevato (purtroppo) numero di morti per la pandemia, infatti, ha causato un brusco calo della «speranza di vita» che, nell’anno 2020, si è ridotta di 1,2 anni, attestandosi a 82 anni: 79,7 anni per gli uomini e 84,4 per le donne. La nuova «speranza di vita» frenerà la corsa all’innalzamento dell’età per la pensione di vecchiaia in atto, con un mini «recupero» di tre mesi nel biennio 2023/2024, quando il pensionamento resterà a 67 anni come oggi; salirà poi di due mesi, anziché sei, negli anni 2025/2026; e infine si assesterà nel 2033 a 68 anni e 2 mesi, come previsto prima del Covid. Parallelamente, la nuova «speranza di vita» inciderà anche sui «coefficienti di trasformazione» che servono a determinare l’importo di pensione spettante: il prossimo adeguamento, nell’anno 2023 calcolato sulla mortalità 2020, riporterà i coefficienti ai livelli dell’anno 2013.

L’età per la pensione. Le variabili che condizionano l’accesso (e la misura) della pensione sono principalmente due: l’età e i contributi versati. Un tempo l’età era fissa e immodificabile, se non per legge. Oggi, c’è un criterio che, automaticamente produce aumenti all’età per la pensione: è la «speranza di vita». Se la vita si allunga, sale automaticamente anche il requisito anagrafico per la pensione. Tre gli adeguamenti che finora ci sono stati: nel 2019 di cinque mesi; nel 2016 di quattro mesi e nel 2013 di due mesi. Il quarto adeguamento, previsto quest’anno, non c’è stato perché l’Istat ha registrato una variazione irrisoria alla speranza di vita, pari a 0,025. L’età per la pensione di vecchiaia e per l’assegno sociale, pertanto, è oggi fissata a 67 anni e tale rimarrà fino al 31 dicembre 2022 (il prossimo adeguamento ci sarà nel 2023). Secondo l’Inps, il brusco calo della speranza di vita causato dalla pandemia 2020 riporterà la situazione a valori simili a quelli del 2010, con la conseguenza di rimodulare gli incrementi del requisito d’età per le future pensioni (in tabella i dati nei due scenari, ante e post pandemia, calcolati dall’Inps).

L’assegno di pensione. I «coefficienti di trasformazione», che servono a calcolare l’importo di pensione e che operano nel «sistema contributivo», sono soggetti ad aggiornamento periodico. L’ultima revisione, la quinta dell’anno scorso, ha fissato i coefficienti del biennio 2021/2022. In tutte le revisioni c’è stato sempre un «taglio» degli assegni di pensione: oltre il 12% nel totale periodo. Il Covid dovrebbe invertire la rotta: secondo l’Inps, i coefficienti del 2023, calcolati con la mortalità del 2020, dovrebbero riportare i valori a livello del 2013. I coefficienti calcolati per il 2025, che saranno basati sulla mortalità del 2022, dovrebbero tornare a essere quelli previsti originariamente dal momento che si ipotizza, dal 2022, il ritorno dei tassi di mortalità ai livelli ante Covid.

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