Appuntamento giovedì 16 dicembre: perché il Paese reale non va alla prima della Scala, il Paese reale chiede risposte

Grido d’aiuto della società non indifferente al disagio economico, all’emarginazione che subisce ogni giorno, popolazione a cui risulta difficile concepire una prospettiva diversa per il nostro Paese.

Mentre la UIL era a Tor Bella Monaca ad allargare, con Terzo Millennio, il dialogo intergenerazionale tra madri e padri, lavoratrici e lavoratori, giovani e pensionati, a Milano un altro piccolo ed esclusivo pezzo di società ammirava la prima della Scala sotto applausi scroscianti, affermando che quella era “la prima di tutto il Paese”. No, il Paese reale non va alla prima della Scala. Il Paese reale chiede risposte.

Per questo, giovedì 16 dicembre, in piazza del Popolo a Roma e in tutta Italia ci ritroveremo per esprimere il dissenso rispetto a una manovra economica iniqua. Ai cultori del pensiero unico diciamo che manifestare un’opinione diversa non è un atto di irresponsabilità ma un diritto e anche un arricchimento del dibattito pubblico. Dovrebbero, per questo, ringraziarci, anziché affannarsi a polemizzare. Non ci lasciamo intimidire, lo sciopero si farà e sarà una grande testimonianza di vitalità propositiva.

La politica esca dai palazzi, i commentatori dai salotti e girino con noi le periferie, dove la povertà si tocca con mano. In questo Paese c’è una situazione sociale che reclama attenzione. Ecco perché prima di tutto rivendichiamo misure sostanziali per le persone che hanno sofferto di più, giovani e donne. Abbiamo chiesto un fisco più equo che contrasti le disuguaglianze, riforme ampie che consentano ai giovani di trovare un’occupazione buona e sicura per progettare la propria vita, di non tornare alla Fornero che tanti danni ha causato a pensionati e lavoratori. Oggi le risorse non mancano e il tema è come si investono: noi chiediamo che vengano indirizzate in una visione di sviluppo diverso e per redistribuire a chi ha meno.

Si abbia il coraggio di dire basta alle logiche di profitto sfrenato, agli aiuti a pioggia alle imprese, alle continue delocalizzazioni e alle arroganze di multinazionali che lucrano indisturbate. È il momento di pensare al Paese reale, alle persone e ai tanti che sono rimasti indietro. Le battaglie si possono anche perdere ma nessuno ci perdonerà per non averle fatte fino in fondo.

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