Nel Pd è scontro sulla vocazione maggioritaria. Letta media

La discussione nel Pd non si spegne, anche se la riunione di ieri del sottocomitato democrazia e partecipazione non è arrivata ai livelli di scontro della seduta d’insediamento del Comitato costituente della settimana scorsa. Si parlava di assetti istituzionali, ma la discussione è finita soprattutto sul ruolo del Pd a vocazione maggioritaria e sul nome del partito, che la sinistra vorrebbe cambiare aggiungendo la parola lavoro. L’incontro è stato aperto da Enrico Letta; il segretario ha parlato di stato di diritto, democrazia malata e crisi della partecipazione: in tutto il “mondo la democrazia appare sotto attacco. Il numero di Paesi a regime democratico per la prima volta dopo decenni ha cominciato a diminuire”. Uno dei nodi da sciogliere, ha insistito, è come deve porsi il nuovo Pd di fronte a un quadro della democrazia globale in rapido deterioramento. Inoltre, ha aggiunto a proposito di “democrazia malata”, negli ultimi 20 anni il sistema politico italiano è stato caratterizzato da forte instabilità, frammentazione e trasformismo, tutti elementi che richiedono una profonda riflessione e che richiedono al Pd un forte impegno.

Per Letta bisogna dunque capire quali spazi di partecipazione innovativi può immaginare e far propri il nuovo Pd. Ma, appunto, gli intervenuti hanno spostato la discussione soprattutto sulla natura del partito. In particolare, raccontano, Alfredo D’Attorre e Roberta Agostini di Articolo 1 hanno contestato l’dea della vocazione maggioritaria, sostenendo che quella stagione è ormai finita e che è invece necessario dare al partito una chiara identità di sinistra. Opinione opposta è stata espressa da Stefano Ceccanti e Walter Verini, entrambi ribadendo la scelta per un assetto bipolare del sistema politico che il Pd deve contribuire a realizzare. Lo scontro nei fatti è tra un modello prettamente proporzionale che mette al centro il Parlamento e uno schema bipolare, maggioritario, che rafforza il governo. Ha concluso il confronto Letta, che si è sforzato di indicare una linea di mediazione tra le posizioni emerse. Ma, appunto, anche se i toni sono stati più pacati, anche oggi c’è stata la conferma della coesistenza di posizioni molto lontane tra loro all’interno del comitato.

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