Venerdì la riforma costituzionale sull’elezione diretta del Presidente del Consiglio sarà discussa dal Consiglio dei ministri, dopo il via libera dei leader di maggioranza riuniti a Palazzo Chigi con la premier Giorgia Meloni.
Il vertice a palazzo Chigi ha trovato d’accordo i quattro partiti che sostengono l’esecutivo, rappresentati al tavolo da Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. Le tensioni degli ultimi mesi sembrano superate e ad aiutare c’è stata l’accelerazione della riforma dell’autonomia, spinta dalla Lega, che potrebbe avere il primo ok del Senato entro la fine dell’anno.
A parte l’elezione diretta del premier, tra le principali novità della riforma spicca l’addio ai senatori a vita nominati per “alti meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”.
La riforma punta a rivoluzionare l’elezione del Presidente del Consiglio (scelto direttamente dai cittadini in un unico turno, per 5 anni) e a rafforzarne il ruolo, cercando allo stesso tempo di non alterare troppo il resto dell’architettura costituzionale.
Un equilibrio non semplice da garantire, soprattutto per non indebolire troppo le prerogative del capo dello Stato: secondo la riforma, perso il potere di nomina del premier, il presidente della Repubblica mantiene la possibilità di assegnargli l’incarico e di nominare i ministri, sempre su indicazione del capo del governo. Ci sono poi le norme per evitare i cosiddetti ribaltoni.
