In alto il grande Muftì dell’Islam con Adolf Hitler, sotto gli scontri del 22 scorso indossando la kefiah
Di Andrea Franchi
Il 22 settembre abbiamo assistito all’ennesimo scempio mascherato da protesta: sciopero generale, città paralizzate, autobus e treni fermi, cittadini impossibilitati a raggiungere ospedali o il posto di lavoro. A Roma e Milano gli scontri hanno lasciato dietro di sé vetrine sfasciate, decine di poliziotti in pronto soccorso, danni pubblici e privati. Questa non è “solidarietà”, è anarchia travestita da impegno civile.
Lo sciopero è nato come strumento dei lavoratori, non come arma ideologica da brandire contro conflitti internazionali sui quali nessun corteo in Italia potrà mai incidere. Netanyahu, Khamenei, Hamas o Hezbollah non si curano delle nostre piazze bloccate. E allora a chi giova? Solo a chi vuole strumentalizzare le masse per visibilità politica, scaricando i costi e i disagi sui cittadini comuni.
Qui la differenza tra lotta civile vera e spettacolo politico è abissale. Ricordo bene il 30 ottobre 1984: il giorno prima eravamo a Bogotá davanti all’ambasciata sudafricana contro l’Apartheid; il giorno dopo a New York, sotto un freddo tagliente che ti penetrava nelle ossa, manifestavamo ancora davanti al consolato sudafricano. Eravamo pochi, ma determinati. E lì non c’erano vetrine spaccate né autobus incendiati: c’era la voce di ragazzi che, rispettando le regole, mettevano comunque a rischio se stessi. La polizia americana, all’epoca, non andava per il sottile: i manganelli li sentivi addosso davvero, e il rischio di farsi pestare era concreto. Quella era lotta civile: sacrificio personale, disciplina e coraggio, non la distruzione delle città altrui.
E veniamo all’ipocrisia più insopportabile. Per decenni la sinistra ha costruito la propria identità sul mantra dell’antifascismo e sulla memoria dell’Olocausto. Ma oggi quelle stesse piazze si schierano apertamente con Hamas e simili, movimenti che predicano odio, cancellazione dell’avversario, sottomissione delle donne, repressione del dissenso: in una parola, fascismo. Fascismo vero, applicato alla lettera, senza neppure lo sforzo di mascherarlo. Come si può definirsi antifascisti e poi sostenere chi del fascismo è erede diretto nei metodi e nell’ideologia? Questo non è solidarietà: è ipocrisia allo stato puro.
Chi difende Hamas non sta difendendo i diritti dei palestinesi: sta legittimando un totalitarismo violento, identico a quelli che dice di combattere. E mentre si inneggia alla “resistenza”, i cittadini italiani subiscono danni, pericoli e paralisi. L’unico risultato concreto è che le nostre città pagano il prezzo delle incoerenze ideologiche altrui.
La coerenza storica e morale non è un optional. O sei contro ogni forma di fascismo, o non lo sei affatto. E se la sinistra italiana vuole continuare a chiamarsi antifascista, deve smetterla di prestare voce e piazza a chi del fascismo è incarnazione contemporanea.
