Berlusconi e la corsa al colle: vera opportunità o mossa strategica per impedire al duo Salvini-Meloni di associarsi al Pd?

Secondo alcuni  la candidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale è solo una mossa strategica del Cavaliere per impedire (anzitutto) ai suoi alleati, Salvini-Meloni, di decidere alle sue spalle mettendosi d’accordo con il Pd di Letta o i Cinquestelle sul nome del successore di Sergio Mattarella. Non è un’ipotesi da escludere. La principale è però quella che fino a qualche settimana fa veniva accolta a destra come a sinistra con sorrisini compassionevoli conditi da qualche battuta sull’ultimo giro di valzer dell’ottuagenario leader. Con l’avvicinarsi della scadenza del 24 gennaio, quando sarà avviata la prima chiama dei Grandi elettori, l’incredulità però è andata sempre più affievolendosi sostituita da un interrogativo preoccupato: E se invece Berlusconi ce la facesse?

Di quanti voti dispone Berlusconi

Sulla carta l’ex premier dispone di 451 voti. Il gruppo più consistente è quello della Lega con 197 grandi elettori, tra deputati e senatori, seguito da Forza Italia (127), Fratelli d’Italia (58) ai quali vanno aggiunti quelli delle componenti minori come i centristi di Coraggio Italia, composto in gran parte da ex forzisti (a partire da Giovanni Toti, Paolo Romani e Gaetano Quagliariello) che può muovere 33 preferenze a cui si aggiungono i 5 di Noi con l’Italia dell’ex azzurro Maurizio Lupi e i 33 delegati regionali. Uno schieramento consistente ma non sufficiente visto che per essere eletti occorre almeno la maggioranza assoluta e quindi 505 voti. Berlusconi va dicendo a chi gli parla che lui i 50 e più mancanti li ha già in tasca. Lo ha assicurato a Matteo Salvini, a Giorgia Meloni e a tutti coloro che di persona o telefonicamente lo hanno raggiunto ad Arcore e a Villa Grande, la residenza romana sull’Appia Antica, che ha trasformato nel suo quartier generale e dove resterà fino a quando la partita del Quirinale non sarà decisa.

Il fuoco amico

L’ex premier non potrebbe dire diversamente. Ha bisogno di convincere per primi i suoi alleati per garantirsi il loro sostegno. Tutti sanno, Berlusconi in primis, che i pericoli maggiori arrivano infatti dal fuoco amico. Il caso dei 101 che impallinarono Romano Prodi (e che in realtà furono anche di più) è solo l’ultimo. Allora a rendere palese l’ammutinamento di parte del centrosinistra e soprattutto del Pd contro il fondatore dell’Ulivo, fu proprio la mossa di Berlusconi e di tutto il centrodestra, di uscire dall’Aula al momento del voto. Espediente che non è detto non venga ora replicato se si arrivasse alla quarta votazione, presumibilmente il 27 gennaio, quando il quorum si abbasserà dalla maggioranza qualificata dei due terzi a quella assoluta dei componenti.

I rischi di un Aventino del centrosinistra

Rispetto ad allora però la situazione è molto più complessa. Una rottura così plateale, l’Aventino del centrosinistra, travolgerebbe inevitabilmente il Governo e la legislatura e in ogni caso richiederebbe una compattezza che oggi non c’è. Il sodalizio con M5s è infatti traballante. Giusppe Conte non riesce a far valere la sua leadership come dimostra la presa di posizione a favore del Mattarella bis espressa dal gruppo parlamentare del Senato. Inoltre, Letta non può neppure contare sull’apporto di Italia viva, il partito dell’ex segretario dem Matteo Renzi, che ha 43 Grandi elettori e che va a riempire le file dei centristi in cui vanno inseriti anche i i 5 di Azione-Più Europa e i 6 deputati del Centrodemocratico di Bruno Tabacci.

Le telefonate del Cavaliere agli ex M5S ora nel Misto

C’è poi quella vasta platea di deputati e senatori sparsi nel misto che hanno dato vita a componenti autonome. Basti pensare che sono più di 100 i Cinquestelle che hanno abbandonato il Movimento. Fuoriusciti su cui c’è particolare attenzione tra i berlusconiani. Si racconta di telefonate dello stesso Cavaliere che effettivamente nelle ultime settimane evita accuratamente di rilanciare le sue feroci critiche ai grillini. Basterà?

Il principale alleato del candidato vincente è la tenuta della legislatura

Una cosa è certa: il principale alleato del futuro Capo dello Stato è la tenuta della legislatura. Chi sarà capace o quanto meno apparire garante del proseguimento di questo Parlamento fino alla scadenza naturale del 2023 avrà le chances maggiori. Per questo Berlusconi nei giorni scorsi ha fatto sapere che qualora Mario Draghi fosse eletto al Quirinale, Forza Italia non appoggerebbe altri Governi, dando di fatto il via allo scioglimento anticipato delle Camere. Ma anche Letta ha già detto che l’eventuale elezione di Berlusconi farebbe implodere la maggioranza che sostiene oggi Draghi. Ultimatum entrambi poco credibili e pronunciati in chiave difensiva. Di qui a quando comincerà la corsa il borsino oscillerà quotidianamente. Berlusconi però ha poco da perdere. Comunque vada ha riconquistato un ruolo centrale nonostante il suo partito sia oggi ben distante dai consensi di Lega e Fdi. Certo è che da come si concluderà questa partita dipenderà il futuro non solo dell’ex premier ma della coalizione di centrodestra. Anche per questo la candidatura del Cavaliere preoccupa non solo gli avversari ma anche gli alleati.

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