Selfie, politica e strumentalizzazione: quando una foto non basta a fare una prova (Di Andrea Franchi)

Nel dibattito politico italiano sembra essersi ormai consolidata una prassi tanto superficiale quanto pericolosa: trasformare un semplice selfie scattato durante un evento pubblico in una presunta prova di contiguità politica, morale o addirittura criminale.

È una deriva che dovrebbe preoccupare tutti, indipendentemente dal colore politico.

Chiunque abbia anche una minima conoscenza della vita pubblica sa perfettamente che leader nazionali, ministri, parlamentari, sindaci e amministratori locali partecipano ogni anno a centinaia di eventi, stringono migliaia di mani, incontrano folle di cittadini e concedono fotografie a chiunque ne faccia richiesta. Pretendere che ogni figura pubblica possa verificare in tempo reale identità, precedenti penali, frequentazioni o carichi pendenti di ogni persona che si avvicina per una foto è semplicemente irreale.

Se dunque il criterio accusatorio diventa il selfie nella folla, allora nessun esponente politico italiano — di destra, sinistra o centro — potrebbe considerarsi al riparo da analoghe campagne di delegittimazione.

Ma vi è un tema ancora più serio e raramente affrontato.

È noto agli addetti ai lavori che soggetti legati ad ambienti criminali o borderline frequentino spesso eventi pubblici, manifestazioni politiche, inaugurazioni e comizi, anche con il preciso intento di fotografarsi con figure istituzionali o politiche di rilievo. Non per amicizia, non per sostegno politico, ma per costruirsi un’immagine di prossimità al potere utile ai propri interessi o, in alcuni casi, per conservare materiale potenzialmente utilizzabile in futuro.

Ed è qui che la questione cambia radicalmente. Perché se si accetta l’idea che una fotografia casuale possa essere usata anni dopo per insinuare collusioni inesistenti, allora bisogna anche prendere atto di un rischio ben più grave: che tali immagini possano diventare strumenti di pressione, ricatto reputazionale o manipolazione politica.

In questo scenario, la responsabilità non sarebbe più del leader inconsapevolmente fotografato, ma di chi scientemente costruisce o sfrutta quel materiale per fini diversi dalla verità. La vera domanda, allora, non è “chi compare nella foto?”, bensì: chi ha conservato quella foto per anni? chi decide quando renderla pubblica? perché emerge proprio in un determinato momento politico? e soprattutto a vantaggio di chi?

Sono interrogativi legittimi in una democrazia matura.

Perché una cosa è l’informazione fondata su fatti, rapporti documentati, favori, contatti, utilità reciproche e relazioni comprovate. Ben altra è l’uso propagandistico di un’immagine isolata, decontestualizzata e priva di elementi ulteriori. Una fotografia può avere valore giornalistico solo se inserita in un quadro probatorio più ampio e coerente. Se invece diventa l’intero impianto accusatorio, allora non siamo più nel campo dell’inchiesta, ma in quello della propaganda per immagini. Ed è un terreno pericoloso.

Perché oggi può colpire un leader di destra, domani uno di sinistra, dopodomani chiunque altro. Quando il principio diventa “basta una foto per insinuare”, nessuno è più al sicuro. La politica dovrebbe avere il coraggio di affermare una regola semplice e valida per tutti:

– un selfie non è una prova.
– una foto non è una relazione.
– una presenza nella folla non equivale a una complicità.

Chi vuole dimostrare collusioni, porti fatti. Il resto è soltanto rumore.

 

Articolo a cura di Andrea Franchi

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