Secondo giorno di votazioni: ieri fumata nera. Oggi nuovo giro di incontri
Draghi. Resta al centro, la partita doppia Colle-governo

La bianca coltre delle schede ammanta una trattativa frenetica. Quirinale e Palazzo Chigi si intrecciano a filo doppio e per il Colle l’ipotesi Mario Draghi è in risalita. Ci voleva l’elezione del capo dello Stato per vedere il leader della Lega, Matteo Salvini, silente. Muto e operoso ha incontrato il premier a Palazzo Chigi, il segretario del Pd Enrico Letta e Giuseppe Conte, polena dei Cinque Stelle. Con il primo, colloquio un po’ teso, ha misurato le alternative al timone dell’esecutivo e chissà che altro, il secondo gli ha chiesto se i veti del centrodestra sono definitivi o possono invece trasformarsi in penultimatum, il terzo gli ha domandato: ma non c’è una strada per uscirne? Matteo Renzi ha sfoderato la tattica del «vedere cammello», esplicitata dalla frase: «Per portare Draghi al Colle ci vuole la politica». E Umberto Bossi, primo a votare ieri a Montecitorio, non ha rinunciato alla sua profezia: «Draghi? È un nome che può uscire alla fine».

Casini. Veti e incertezze non sembrano insuperabili

Pier Ferdinando Casini continua a godere di buona stampa tra i grandi elettori. Le incertezze di Silvio Berlusconi e i dubbi di Matteo Salvini perché è stato eletto senatore con il Pd non sembrano insuperabili. Più difficile torcere il braccio dietro
la schiena a Giorgia Meloni, che per ora non ci sta. Ma due terzi del centrodestra hanno già fatto a meno di lei al governo e non è detto che non concedano il bis.
Il Pd persegue con tenacia la carta Mario Draghi, ma non ha veti su Casini e anzi c’è chi, come Dario Franceschini, lo preferisce senz’altro al premier. I Cinque Stelle non ne fanno una bandiera, ma nella schedina hanno una tripla: 1 X 2. E difficilmente gli farebbero mancare i voti se arrivasse in finale, con la garanzia di una legislatura che non si ferma fino al suo termine naturale. La nave pirata di Italia viva, con il suo folto gruppo di marinai, lo ha sempre considerato un nome più che spendibile.

Sergio Mattarella. I partiti sordi al suo no. È ancora «in scena»

Manifestazioni di stima, ma non solo. Il nome del presidente uscente, Sergio Mattarella, è tornato prepotentemente sulla scena. Un ritorno figlio delle incertezze dei partiti che, qualora non riuscissero a mettersi d’accordo, sarebbero pronti ad allinearsi all’adagio secondo il quale non bisogna mai cambiare la via vecchia per la nuova. Gradito a una buona fetta dei Cinque Stelle, più che apprezzato dai Dem e da Leu, non così osteggiato dal centrodestra che però percorre in prima e in seconda battuta strade diverse. I partiti, per altro, hanno la singolare capacità di ignorare le dichiarazioni, anche quando vengono dal capo dello Stato. Mentre sulle ragioni del no al bis, politiche e personali, Mattarella è stato esplicito. La casa presa in affitto nel quartiere Salario di Roma è quasi pronta, semmai è a quella porta che i leader degli schieramenti dovrebbero andare a bussare, anche se non è probabile che qualcuno gli apra.

Draghi. Resta al centro, la partita doppia Colle-governo

La bianca coltre delle schede ammanta una trattativa frenetica. Quirinale e Palazzo Chigi si intrecciano a filo doppio e per il Colle l’ipotesi Mario Draghi è in risalita. Ci voleva l’elezione del capo dello Stato per vedere il leader della Lega, Matteo Salvini, silente. Muto e operoso ha incontrato il premier a Palazzo Chigi, il segretario del Pd Enrico Letta e Giuseppe Conte, polena dei Cinque Stelle. Con il primo, colloquio un po’ teso, ha misurato le alternative al timone dell’esecutivo e chissà che altro, il secondo gli ha chiesto se i veti del centrodestra sono definitivi o possono invece trasformarsi in penultimatum, il terzo gli ha domandato: ma non c’è una strada per uscirne? Matteo Renzi ha sfoderato la tattica del «vedere cammello», esplicitata dalla frase: «Per portare Draghi al Colle ci vuole la politica». E Umberto Bossi, primo a votare ieri a Montecitorio, non ha rinunciato alla sua profezia: «Draghi? È un nome che può uscire alla fine».

Casini. Veti e incertezze non sembrano insuperabili

Pier Ferdinando Casini continua a godere di buona stampa tra i grandi elettori. Le incertezze di Silvio Berlusconi e i dubbi di Matteo Salvini perché è stato eletto senatore con il Pd non sembrano insuperabili. Più difficile torcere il braccio dietro
la schiena a Giorgia Meloni, che per ora non ci sta. Ma due terzi del centrodestra hanno già fatto a meno di lei al governo e non è detto che non concedano il bis.
Il Pd persegue con tenacia la carta Mario Draghi, ma non ha veti su Casini e anzi c’è chi, come Dario Franceschini, lo preferisce senz’altro al premier. I Cinque Stelle non ne fanno una bandiera, ma nella schedina hanno una tripla: 1 X 2. E difficilmente gli farebbero mancare i voti se arrivasse in finale, con la garanzia di una legislatura che non si ferma fino al suo termine naturale. La nave pirata di Italia viva, con il suo folto gruppo di marinai, lo ha sempre considerato un nome più che spendibile.

Sergio Mattarella. I partiti sordi al suo no. È ancora «in scena»

Manifestazioni di stima, ma non solo. Il nome del presidente uscente, Sergio Mattarella, è tornato prepotentemente sulla scena. Un ritorno figlio delle incertezze dei partiti che, qualora non riuscissero a mettersi d’accordo, sarebbero pronti ad allinearsi all’adagio secondo il quale non bisogna mai cambiare la via vecchia per la nuova. Gradito a una buona fetta dei Cinque Stelle, più che apprezzato dai Dem e da Leu, non così osteggiato dal centrodestra che però percorre in prima e in seconda battuta strade diverse. I partiti, per altro, hanno la singolare capacità di ignorare le dichiarazioni, anche quando vengono dal capo dello Stato. Mentre sulle ragioni del no al bis, politiche e personali, Mattarella è stato esplicito. La casa presa in affitto nel quartiere Salario di Roma è quasi pronta, semmai è a quella porta che i leader degli schieramenti dovrebbero andare a bussare, anche se non è probabile che qualcuno gli apra.

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