“Non indietreggeremo, non getteremo la spugna, non tradiremo”. All’una e un quarto, dopo 70 minuti e più di 70 applausi, Giorgia Meloni chiude il discorso con cui chiede e ottiene alla Camera la fiducia con la voce roca e un filo di emozione. Non nasconde le difficoltà di cui si dovrà fare carico, a partire dall’emergenza del caro-energia, perché l’Italia è “una nave in tempesta”, ma, assicura, è alla guida di un “equipaggio capace” e lei ce la metterà tutta, anche a costo di non “non essere rieletta”, per portare la nave in porto, al sicuro. Stravolgendo ancora una volta i pronostici che l’hanno vista sempre “underdog”, la sfavorita, è arrivata laddove nessuna donna finora era mai arrivata: è la prima presidente del Consiglio donna, a capo di un partito di destra che si è affermato come primo partito alle elezioni. E ora ha i numeri e vuole governare per i prossimi 5 anni per dare al Paese, con le ricette chiare e il cambio di registro, dal fisco, al covid, fino ai migranti e al sostegno ai più deboli rivedendo il reddito di cittadinanza, “un futuro di maggiore libertà, giustizia, benessere e sicurezza”.
Rivendica le sue umili origini. Sa che deve superare “i pregiudizi” con cui è guardato il suo Governo, anche all’estero e assicura che l’Italia è posizionata con l’occidente, contro la guerra di Putin in Ucraina, appieno dentro l’Alleanza Atlantica. A cambiare sarà però l’atteggiamento: mai più col cappello in mano a Bruxelles, rispetto delle regole sì ma anche richiesta, legittima, di cambiarle. Non per “sabotare”, ma per “avvicinarla” ai cittadini. “Non sarò mai la cheerleader di nessuno”, aggiunge nel corso della replica dove il tono diventa più acceso. Ed è in questo frangente che risponde alla dem Debora Serracchiani: “Le sembra che io stia un passo indietro agli uomini?”, dice prima di chiarire che, per lei, la libertà delle donne non si misura “nel farsi chiamare capatrena”. Insomma, la questione non è se “il” o “la” presidente, ma garantire pari opportunità, servizi, asili nido aperti fino a tardi. Le donne, assicura, “non avranno nulla da temere da questo Governo” perché, aveva sottolineato anche prima nel discorso citando Montesquieu, “non limiterà mai le libertà, anche su diritti civili e aborto”.
Non c’è polemica di questi giorni che lascia cadere, punto per punto: il “merito” serve per garantire anche a chi non è di buona famiglia le stesse possibilità di farcela, la sovranità alimentare non vuol dire “mettere fuori commercio l’ananas” ma non dipendere dall’estero “per dare da mangiare ai nostri figli”. Sono molte le citazioni, dal Papa a Roger Scruton, da Steve Jobs ad Amartya Sen; fa riferimento, più volte, al Risorgimento; condanna le leggi razziali, “momento più basso” della storia italiana e prende le distanza dai “regimi antidemocratici, fascismo compreso”. “Mai avuta simpatia”, sottolinea, prima di ricordare la “violenza politica” e “gli innocenti uccisi a colpi di chiave inglese” per mano di “militanti antifascisti”. Quella che serve ora, perché “la contingenza è difficilissima”, è il rispetto dei ruoli e il contributo di tutti. Ma l’Italia, come la Amerigo Vespucci, è la “nave più bella del mondo” e il progetto che presenta guarda a un orizzonte di qui “a 10 anni”.
Negli ultimi dieci, osserva creando qualche imbarazzo negli alleati che in quei Governi, in diverse combinazioni, ci sono stati, l’Italia non è mai cresciuta perché i governi cambiavano ogni due anni, ora invece deve diventare “un affare” investire in Italia, dice elencando i capisaldi della politica economica che sono stati anche gli slogan della campagna elettorale: “non disturbare chi vuole fare”, “più assumi meno paghi”, “tregua fiscale”, il Pnrr da portare avanti ma con i dovuti “aggiustamenti”, la difesa degli “asset strategici”. Tutto in nome di quell’interesse della “nazione”, parola che ricorre ben 15 volte nelle 16 pagine del discorso. Come il “coraggio”, la “responsabilità”, l’impegno “totale” con cui alla fine, è la speranza, “l’Italia potrà uscire dalla crisi più forte e autonoma di prima”.
