Di Andrea Franchi
Con la riforma approvata dal governo Meloni, l’Italia torna a rispettare sé stessa. Lo ius sanguinis non viene abolito, ma viene finalmente disciplinato. Non è più accettabile che chi non ha mai messo piede in Italia, né conosce una parola della nostra lingua, né ha mai votato, né ha mai rinnovato un passaporto, né ha mai pagato un euro di tasse al nostro Stato, possa pretendere – pretendere! – di essere considerato cittadino italiano alla stregua di chi ogni giorno contribuisce alla vita del Paese.
Era ora.
Questa riforma introduce due principi di civiltà: limite generazionale e legame attivo con l’Italia.
Saranno cittadini automaticamente solo i discendenti fino alla seconda generazione (genitori o nonni nati in Italia), e per mantenere il diritto alla cittadinanza bisognerà dimostrare di essere parte viva della Repubblica: votare, rinnovare documenti, avere rapporti anagrafici o fiscali. Non è una punizione, è un principio di buon senso che qualunque Stato serio dovrebbe esigere.
E qui arriviamo al punto dolente.
I detrattori, prevedibilmente, stanno già gridando allo scandalo. Le sirene della sinistra progressista e radicale si stanno preparando a stracciarsi le vesti, invocando “diritti negati”, “discriminazioni”, “razzismo istituzionale”. Peccato che siano gli stessi che, per anni, hanno trasformato la cittadinanza in una merce di scambio elettorale o in una vetrina ideologica, svuotandola di ogni valore.
Sono loro ad aver alimentato pratiche clientelari nei consolati, ad aver chiuso un occhio davanti a frodi documentali, ad aver ignorato deliberatamente la montagna di contenziosi giudiziari pendenti.
Sono loro ad aver incentivato una visione della cittadinanza come diritto illimitato e automatico, sganciato da ogni senso di appartenenza, contribuendo al collasso degli uffici amministrativi e giudiziari italiani, sovraccaricati da richieste spesso pretestuose. E ora, con finta indignazione, gridano al “tradimento dell’italianità”. Ma è proprio per rispetto dell’italianità che questa riforma è necessaria.
Il governo, con questo provvedimento, pone fine all’equivoco. Essere italiani non è una scorciatoia per entrare in Europa. Non è un ricordo sbiadito nei racconti familiari. Non è un passaporto da esibire al check-in. È un impegno, è un’identità, è una responsabilità civica e morale. Lo Stato italiano ha il dovere di proteggere questo patrimonio e di garantirne la serietà.
Il fatto che l’ufficio per la cittadinanza venga centralizzato presso la Farnesina è un altro tassello di questa operazione di serietà. Basta con i consolati trasformati in sportelli di assegnazione passaporti al miglior offerente. Da oggi si parla di efficienza, trasparenza e controllo.Chi oggi attacca questa riforma, lo fa per nostalgia ideologica o per calcolo politico, non per amore dell’Italia. E francamente, da parte di chi ha sempre predicato l’inclusione senza limiti e l’accoglienza senza regole, non accettiamo più lezioni.
Perché la vera inclusione è quella che chiede rispetto, non adesione passiva.
E il vero rispetto parte dalla cittadinanza, che non è un diritto ereditario eterno, ma un legame vivo tra la persona e la nazione. Un legame che da oggi torna a essere, finalmente, reale.
