5% AI MILITARI? SPERIAMO!

Le reazioni isteriche e scomposte, soprattutto di una parte politica (la solita) alla notizia dell’incremento delle spese militari al 5% del PIL, è l’esempio di come non ci si debba approcciare alla gestione della cosa pubblica. Dovremmo vedere dirigenti che avrebbero dovuto avere una certa distanza emotiva da decisioni così impattanti ma, su alcuni politici di una parte politica (sempre la stessa), bisogna avere la rassegnazione e l’approccio che si ha con i parenti di cui ci vergogniamo: non li possiamo scegliere, ma li possiamo evitare.

Il mondo militare infatti merita una considerazione che genererebbe beneficio tutto il sistema nazionale non solo perché è, del Made in Italy il biglietto da visita, ma perché ha un ruolo importante nell’economia, non solo italiana.

Innanzitutto chiarisco che considero la NATO una organizzazione obsoleta e non adatta al rapido cambiamento geopolitico che si è avviato da qualche decennio. Anzi, per alcuni aspetti, quando per esempio l’interesse nazionale viene messo a rischio per agevolare ambizioni bellicose di nazioni con popolazione minore di una grande città italiana, la considero anche controproducente. Pertanto, una indipendenza sulla sicurezza militare, derivante da più attenzione al comparto difesa, agevolerebbe anche un miglior peso geopolitico ed internazionale con istituzioni tipo NATO.

Eppure l’imposizione di colui che vuole fare nuovamente grande la sua nazione, potrebbe essere girata come trampolino di lancio per interventi riscattanti tutta l’economia nazionale. Vediamo come.

Il problema principale della questione è la grossa somma che si pensa finirebbe al comparto difesa, senza alcuna contropartita di ritorno. Una spesa a fondo perduto (o a soldi perduti, secondo alcuni)

Ma non è proprio così. Come detto in alto, questo è il pensiero di chi si approccia al problema in maniera isterica, senza una reale concezione delle argomentazioni che ruotano intorno al comparto difesa.

Il problema principale in realtà sarebbe far defluire dal bacino del 5%, tutto ciò che dal mondo militare, impatta anche nella società civile: strutture, amministrazioni, infrastrutture, emergenze.

Semplificando sarebbe come unire l’utile al dilettevole.

Bisogna però arrivarci, senza intaccare il livello medio qualitativo di vita dell’italiano medio. Unico parametro per automisurare la bontà della strada intrapresa. Innanzitutto servirebbe una maggiore attenzione al recupero dell’evasione fiscale. Problema trascinatosi per anni, ma che oramai diviene non più procrastinabile. Questo servirebbe a mantenere un livello minimo di stato sociale che, a sua volta, dovrebbe essere maggiormente ottimizzato. Non per usare concetti acchiappa consensi, ma perché sarebbe un indicatore al di sotto del quale si dovrebbe dire che il possibile 5% alla difesa nonpuò andare avanti. In pratica, ogni governo dovrebbe definire dei livelli minimi di welfare, al di sotto del quale scatterebbe la non applicabilità del 5%. Non è una banalità, ma sarebbe fondamentale poiché vincolerebbe il mantenimento dell’apparato difesa alla società, dandole il primato che merita.

In quest’ottica tutta la prospettiva militare assumerebbe tutt’altro valore e importanza. Infatti si renderebbe necessaria anche un’integrazione del settore militare con quello civile: sanità, trasporti, strade, industria, comunicazioni, porti, aeroporti, ferrovie. L’integrazione avverrebbe in modi e tempistiche che, chi conosce il settore difesa, sa quanto e come si potrebbero attuare.

Una buona fetta del bilancio della difesa, va al personale: militare, civile, operativo o di seconda linea. Il piano ottimizzante, permetterebbe di integrare sia la collaborazione tra settori ed apparati diversi (già avviene nelle Capitanerie di Porto che dipendono da due amministrazioni differenti, come anche la Guardia di Finanza e sarebbe da estendere ad altri settori) sia tra personale differente.

Parliamo non solo delle amministrazioni in sé, ma anche del personale di riserva che, per età, limiti fisici, familiari o altro, non potrebbe essere utilizzato direttamente nella prima linea, ma servirebbe ad ottimizzarla. Ciò avverrebbe attraverso un’integrazione con il personale civile per settori non prettamente operativi, a beneficio di tutti. Il personale sarebbe riconosciuto nel famoso 5% del bilancio, tolto quindi dal bilancio di altre amministrazioni (la famosa coperta corta andrebbe a coprire la zona che merita), ma avrebbe anche un ruolo civile a beneficio della società. Parliamo dei medici, della protezione civile, dei vigili del fuoco, dell’ordine pubblico…etc. Settori in cui il personale sarebbe utile sia nel settore difesa al 5%, sia nel sistema civile che attingerebbe a quel 5% e non drenerebbe altri fondi.

Facciamo alcuni esempi: il settore sanitario è il primo che vedrebbe un beneficio positivo dall’integrazione del settore militare con quello civile. Sia in termini di personale, sia in termini di infrastrutture e macchinari. Il sistema sanitario infatti, potrebbero attingere al bilancio del 5% per aggiornare/sostituire macchinari vetusti, integrare il personale carente, incrementare l’assistenza limitata. I benefici sarebbero sia per il settore militare, sul quale si incentiva l’integrazione del personale per migliorarne la competenza, quanto per quello civile. Tra l’altro travasando il fabbisogno economico dai capitoli di bilancio del sistema sanitario a quello militare non ci sarebbe nessun aggravio di spesa, ma solo uno spostamento di fondi.

Stesso discorso dicasi per la protezione civile. Realizzarla con personale militare, non solo con quello non più idoneo alla prima linea ma anche con i militari della prima linea, porterebbe benefici sia ad uno che all’altro settore incrementando l’addestramento in particolari situazioni ed aumentando la vicinanza con il territorio.Anche nel settore industria si potrebbe pensare ad una migliore integrazione. Pensiamo qualche minuto agli investimenti nei settori “ibridi” civile/militare: terrestre, aeronautico, navale e, ultimo arrivato, spazio. Quanti e quali benefici ne trarremmo se, i sempre lacunosi investimenti, trovassero una linea ed una sfiato nel settore militare? Miniaturizzazione elettronica, tecnologie motoristiche fluidodinamica, satelliti. L’integrazione dei settori andrebbe a beneficio di tutti ma, soprattutto dell’innovazione tecnologica nazionale. Per non parlare poi degli eventuali brevetti in cui l’Italia è sempre stata lacunosa ma che risulta un elemento portante dei bilanci di tante altre nazioni. In quest’ottica inoltre, gli investimenti, dovrebbero essere indirizzati, almeno il 70% della spesa, ad industrie nazionali trovando dunque anche un rientro dalle uscite.

Come anticipato in alto, la nuova progettazione economico/finanziaria permetterebbe di rivalutare il peso e la fattibilità di alleanze geo-strategiche a volte eccessivamente vincolanti se non controproducenti gli interessi nazionali.

Infatti gli indirizzi di bilancio, chiedono sempre l’accoglimento di istituzioni sovranazionali, comunitarie o addirittura extracomunitarie (vedi appunto NATO) non sempre malleabili o agevolanti le politiche nazionali. Per non parlare poi dell’eventuale conflitto che pare si stia affacciando all’orizzonte tra UE e USA con i dazi. Una spesa oculata, trasformata ed adattata alle impellenze geo politiche genererebbe anche un ritorno positivo. La difficoltà, sarebbe solo quella di farla accettare a chi non la concepisce (come quella parte politica urlante, sempre la stessa).

Il sistema Italia, nel suo insieme, al momento ha le potenzialità e le possibilità di un game change sfruttando, come solo noi italiani sappiamo fare, situazioni limitanti in trampolini di volo. In ogni senso.

Max Deno

(autore di Cataratta: la verità (s)velata)

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