Di Andrea Franchi
Ci sono atti che non si possono chiamare umanitari perché la prima regola dell’umanità è la serietà: rispetto per le vittime, chiarezza sulle responsabilità e coerenza con il diritto. Quel che abbiamo visto con la Global Sumud Flotilla è l’esatto contrario: una messinscena studiata per i riflettori, cavalcata da volti di comodo e da chi, fino a ieri, era un perfetto sconosciuto in politica e oggi pretende applausi e immunità morale. L’operazione è stata fermata; centinaia di attivisti sono stati trattenuti dalle forze israeliane — tra loro anche figure note come Greta Thunberg — e le immagini dell’intervento sono state diffuse dai principali media.
È inaccettabile che parlamentari italiani — che dovrebbero rappresentare il Paese e tutelarne interessi e sicurezza, non cercare like facili — siano saliti su quelle barche senza comprendere il contesto e senza rispondere dell’azione politica che andavano a compiere. Quattro parlamentari italiani sono già stati rimpatriati in condizioni che non sembrano affatto eroiche: più che eroi, appaiono protagonisti di una performance mediatica che ha messo a rischio relazioni internazionali e che ha fornito al governo israeliano il pretesto per documentare possibili legami e responsabilità.
Di che natura è questa “missione”? Lo Stato israeliano ha pubblicato documenti che, secondo il suo governo, dimostrerebbero un coinvolgimento organizzativo e finanziario di Hamas nell’operazione. Se ciò venisse confermato significherebbe che la flottiglia non era un’azione civica indipendente ma un’operazione strumentale — e criminale — per piegare l’opinione pubblica internazionale. I promotori negano con forza queste accuse; resta dunque urgente una verifica indipendente e trasparente delle prove mostrate. Non è un dettaglio: chi si presta, consapevolmente o in buona fede, a una piattaforma finanziata o manovrata da un’organizzazione terroristica non compie solo un errore politico, compie un atto moralmente riprovevole.
E poi c’è Greta Thunberg: da simbolo ambientale a testimonial di una campagna che, quantomeno, ha mostrato contraddizioni pesanti. La sua detenzione e le accuse di maltrattamenti hanno suscitato empatia e indignazione; ma resta il fatto che la presenza di una celebrità intercetta il dibattito reale e lo trasforma in spettacolo. Quando una figura pubblica si presta a entrare in un’azione di così dubbia legittimità senza chiederne conto fino in fondo, il risultato è che la causa che vuole aiutare viene sminuita e strumentalizzata. La patria politica di certe scelte — quando arriva a prendere le distanze — parla più forte di mille dichiarazioni di circostanza.
Infine, il quadro italiano: uno sciopero generale che paralizza il Paese e manifestazioni oceaniche — mentre molti cittadini si chiedono se non ci sia stata una forzatura dell’emotività collettiva per ragioni di comodo politico. La sinistra, certi sindacati e l’urbanistica della celebrità hanno trasformato una questione complessa (blocco navale, diritto internazionale, diritti umani) in un rito di piazza: utile a chi cerca consenso, devastante per chi cerca soluzioni concrete e responsabili.
Conclusioni nette e non negoziabili
La vergogna non è un sentimento da consegnare ai commenti sui social: è una responsabilità politica che va convertita in atti. Dimissioni, inchieste, sanzioni politiche, spiegazioni pubbliche — tutto ciò che impedisca il ripetersi di uno spettacolo così indegno. La politica ha bisogno di peso, di gravità, di rispetto per lo Stato e per la democrazia: e queste persone, se vogliono davvero dimostrare coraggio, comincino a fare qualcosa di concreto per la causa che dicono di amare — senza usare la sofferenza altrui come trampolino di vanità.
