di Andrea Franchi
Le guerre moderne non si combattono solo con i razzi e i droni, ma anche con le parole.
E le parole, oggi, sono l’arma più potente nelle mani di Hamas. L’organizzazione terroristica ha risposto alla proposta di pace di Donald Trump con un linguaggio apparentemente conciliante, ma in realtà calibrato al millimetro per ingannare l’opinione pubblica internazionale. È il vecchio gioco del “sì, ma” — la formula perfetta per dire “no” senza sembrare ostili, e per guadagnare tempo, consenso e legittimità.
La tattica del “sì, ma”: un copione già scritto
Hamas sa che la guerra non si vince sul campo, ma nella percezione.
Ecco perché, dopo mesi di conflitto, la sua risposta alla proposta americana suona come un esercizio di ambiguità diplomatica: “Siamo pronti a rilasciare gli ostaggi, a discutere la ricostruzione, ad aprire negoziati mediati…” — ma nessuna parola sul disarmo, nessuna rinuncia alla lotta armata, nessuna accettazione della supervisione internazionale, nessuna garanzia per Israele.
Questa non è una apertura alla pace. È una manovra di posizionamento politico, pensata per trasformare Hamas da gruppo terrorista in interlocutore “politico” agli occhi dell’Occidente.
Un inganno che le istituzioni democratiche non possono permettersi di subire.
L’illusione del dialogo: una trappola per l’Occidente
Ogni volta che l’Europa o gli Stati Uniti “accolgono con favore” una finta apertura di Hamas, il gruppo ottiene tre vantaggi:
È un meccanismo già visto nel Novecento: le dittature si presentavano come interlocutori “ragionevoli” solo per guadagnare terreno. E ogni volta, il mondo libero ha pagato un prezzo altissimo per aver creduto alle parole di chi non conosce la pace, ma solo la tattica.
La sola condizione non negoziabile: disarmo e dissoluzione di Hamas
Se la Palestina vuole nascere come vero Stato, stabile e riconosciuto, Hamas e i gruppi affini devono scomparire completamente dalla scena politica e militare.
Non è questione di ideologia, ma di logica di Stato.
Nessun Paese può esistere se non detiene il monopolio della forza.
Finché esistono milizie armate parallele, non c’è sovranità, ma anarchia.
E finché Hamas manterrà armi, miliziani e potere coercitivo, la Palestina resterà un territorio occupato — non da Israele, ma da chi ne usurpa la rappresentanza.
Il disarmo dev’essere completo, verificabile e irreversibile.
Solo dopo, e non prima, potrà parlarsi di transizione politica o di amministrazione autonoma.
Ogni altra formula — “coinvolgimento responsabile”, “partecipazione tecnica”, “dialogo graduale” — è un eufemismo per mascherare la continuità del potere terroristico.
L’appello alle istituzioni: non ripetere gli errori del passato
Le istituzioni europee, le Nazioni Unite e i governi democratici devono agire con lucidità.
Non basta auspicare la pace: serve riconoscere chi la pace la sabota.
Ogni gesto di indulgenza verso Hamas è un tradimento verso i palestinesi stessi, che da decenni pagano il prezzo di un gruppo che li tiene in ostaggio, fisico e politico.
Gli errori di appeasement del XX secolo dovrebbero aver insegnato che non si negozia con chi usa il dialogo come arma di guerra.
Cedere oggi al linguaggio ambiguo di Hamas significherebbe consegnare il futuro del Medio Oriente a un nuovo totalitarismo in keffiah, che usa la religione come pretesto e la sofferenza come scudo.
La pace reale nasce solo dalla verità
Una pace autentica richiede chiarezza, responsabilità e forza morale.
Non si costruisce accettando l’ambiguità, ma pretendendo disarmo, giustizia e trasparenza.
Il mondo deve scegliere: la pace vera o la pace apparente.
La prima costa coraggio; la seconda, la libertà.
E l’Europa, che ha già conosciuto il prezzo del silenzio davanti al male, non può permettersi di sbagliare di nuovo.
