Di Andrea Franchi
La riforma della giustizia approvata ieri al Senato rappresenta un passo, ma non il passo decisivo che l’Italia attende da decenni. Non basta rivedere procedure o tempi: serve il coraggio politico di affrontare la questione centrale — la responsabilità personale e diretta dei magistrati e la fine dell’autogoverno corporativoincarnato dal Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).
Il CSM: da garanzia di indipendenza a strumento di potere
Il CSM nasce, nella Costituzione, con l’obiettivo di tutelare l’autonomia dei giudici. Ma nella realtà, come dimostra con brutalità il libro Il Sistema di Luca Palamara, esso è diventato il cuore di un meccanismo di controllo e cooptazione interna che nulla ha più a che fare con la giustizia.
Palamara racconta, con nomi e fatti, come le nomine, le carriere e persino le inchieste più sensibili siano state spesso il risultato di “pacchetti blindati” di correnti, approvati in blocco da un CSM dominato da logiche spartitorie, non dissimili da quelle dei partiti più cinici.
La cosiddetta “notte dell’Hotel Champagne”, in cui magistrati e politici trattavano la nomina del procuratore di Roma come fosse una questione di potere interno a un partito, è solo la punta dell’iceberg di un sistema autoreferenziale, dove le regole valgono solo per chi non appartiene alla cerchia.
Non è un caso che Palamara stesso, ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, riconosca di aver partecipato a questo meccanismo e ne denunci l’esistenza dopo esserne stato espulso: il CSM non tutela l’indipendenza, la manipola, subordinandola alle correnti e alle convenienze politiche di chi le rappresenta.
Falcone, Borsellino e la solitudine dei magistrati veri
La storia recente ci insegna che proprio i magistrati più coraggiosi, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, furono ostacolati più dal sistema giudiziario interno che dalla criminalità organizzata.
Falcone, che aveva intuito la necessità di un metodo meritocratico e responsabile per le nomine e le indagini, fu vittima dell’invidia e dell’ostracismo del CSM, che gli negò la guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo. Una vicenda che lo amareggiò profondamente, e che ancora oggi resta il simbolo di una casta giudiziaria incapace di premiare il merito e punire l’abuso.
Palamara, nel suo libro, conferma che “nella magistratura vige un clima di terrore interno che non lascia spazio a deviazioni dalla linea concordata” (p. 105). E aggiunge che le decisioni strategiche erano spesso concertate con il Quirinale, attraverso relazioni sotterranee fra poteri che avrebbero dovuto restare separati.
Questa è la prova più lampante che il CSM, nato per garantire la separazione dei poteri, si è trasformato nel loro punto di contatto opaco e improprio.
Il doppio volto della giustizia
Palamara parla apertamente di “due giustizie”: una che segue l’ideologia, e una che segue la legge.
Nel caso Diciotti, ad esempio, egli denuncia come la magistratura abbia agito non come potere neutro ma come opposizione politica supplente, intervenendo contro il governo eletto per sostituire una sinistra esclusa dalle urne.
Il procuratore di Agrigento Patronaggio, che indagò il ministro Salvini per sequestro di persona, e il procuratore di Catania Zuccaro, che invece lo difese applicando le stesse norme, rappresentano due Italie giudiziarie opposte — una giustizia militante e una giustizia di diritto.
E questo sdoppiamento, osserva Palamara, è l’effetto diretto del potere delle correnti nel CSM: “Le leggi non si applicano, si interpretano… anche in base alla sensibilità culturale e ideologica dei magistrati” (p. 220).
Il nodo irrisolto: la responsabilità dei giudici
Finché i magistrati non risponderanno civilmente e penalmente dei propri atti, ogni riforma sarà una finta modernizzazione.
La magistratura italiana, in molti suoi settori, ha assunto la forma di un’aristocrazia irresponsabile, capace di distruggere carriere e governi senza mai pagare le conseguenze dei propri errori o abusi.
Falcone stesso sosteneva che “la giustizia non può essere usata come una clava politica”. Oggi quella clava è ancora lì, nelle mani di pochi che si nascondono dietro la parola “autonomia” per esercitare un potere che nessuno ha mai legittimato democraticamente.
Palamara, con un’amara lucidità, cita Montesquieu: “Non c’è tirannia peggiore di quella esercitata all’ombra della legge e con i colori della giustizia.” (p. 276).
È questa la fotografia più vera dell’Italia: un Paese dove la legge è spesso amministrata non in nome del popolo, ma in nome delle correnti.
Abolire il CSM per rifondare la giustizia
L’Italia non ha bisogno di aggiustamenti cosmetici, ma di una rifondazione morale e strutturale del sistema giudiziario.
Abolire il CSM — sostituendolo con un organismo tecnico e meritocratico, composto da magistrati estratti a sorte e controllati da un organo esterno indipendente — sarebbe un atto di igiene istituzionale, non di vendetta.
Restituirebbe alla magistratura la sua vera missione: applicare la legge senza paura e senza preferenze.
Senza questa riforma radicale, ogni legge votata in Parlamento resterà un compromesso inefficace, incapace di estirpare il male che da decenni corrode il rapporto tra giustizia e democrazia.
In ultima analisi.
La riforma approvata ieri è un segnale, ma non è ancora giustizia.
Giustizia sarà solo quando il magistrato che sbaglia pagherà come ogni altro cittadino, quando i cittadini non saranno più ostaggi di correnti e conventicole, e quando lo Stato avrà il coraggio di riconoscere che l’autogoverno giudiziario è diventato il primo nemico della sua stessa sovranità.
Finché il “Sistema” resterà in piedi, la riforma della giustizia non sarà una conquista: sarà una promessa tradita.
