Di Andrea Franchi
L’origine della menzogna: Roma e la cancellazione del nome d’Israele
Tutto cominciò molto prima della Balfour Declaration.
Nel 70 d.C., dopo la distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme, l’impero romano mise in atto un progetto politico di cancellazione identitaria: non bastava sconfiggere militarmente il popolo ebraico, bisognava cancellarne il nome, la memoria, il diritto stesso a esistere come nazione.
Fu così che, dopo la rivolta di Bar Kokhba (135 d.C.), l’imperatore Adriano ribattezzò la Giudea in “Syria Palaestina”, un nome scelto in onore dei Filistei — nemici storici d’Israele — con l’obiettivo deliberato di umiliare e cancellare l’identità ebraica.
La parola “Palestina”, dunque, nacque come un atto politico di damnatio memoriae. Non designava un popolo, ma era uno strumento di negazione. Da allora e per secoli, non esistette mai un popolo “palestinese”, né una lingua, né un’entità politica con tale nome.
Dalla diaspora al sogno del ritorno
Dalla distruzione del Tempio alla nascita del sionismo moderno trascorsero quasi duemila anni.
Eppure, in tutto quel tempo, il popolo ebraico non cessò mai di pregare e ricordare Gerusalemme. “L’anno prossimo a Gerusalemme” — L’shanah haba’ah b’Yerushalayim — è rimasto per secoli il simbolo della speranza di un ritorno nella terra dei padri.
Nell’Ottocento, in piena Europa razionalista e industriale, il sogno tornò a farsi progetto politico grazie a Theodor Herzl, che comprese che solo uno Stato ebraico avrebbe potuto garantire la sopravvivenza del suo popolo. I pogrom nell’Impero zarista, l’affare Dreyfus in Francia, e la crescente ondata di antisemitismo fecero del sionismo non un movimento ideologico, ma una necessità di vita.
La Dichiarazione Balfour (2 novembre 1917): la promessa solenne
Nel pieno della Prima guerra mondiale, il ministro degli Esteri britannico Arthur James Balfour inviò a Lord Rothschild una lettera destinata a cambiare la storia:
“Il Governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e userà i suoi migliori sforzi per facilitare il raggiungimento di questo obiettivo.”
Era il riconoscimento formale del diritto del popolo ebraico a tornare nella propria terra.
Una dichiarazione di principio, ma anche un impegno politico che avrebbe dovuto tradursi in atti concreti dopo la fine della guerra e la dissoluzione dell’Impero Ottomano.
La Dichiarazione Balfour non creava nulla di nuovo: riconosceva un diritto preesistente, un legame storico e spirituale mai interrotto. Ma da quella promessa nacque anche la più grande ipocrisia del secolo successivo.
Sanremo 1920: la promessa ratificata e subito tradita
Il Convegno di Sanremo (aprile 1920) sancì ufficialmente che la Gran Bretagna avrebbe amministrato la Palestina come “mandato” della Società delle Nazioni, con l’obbligo preciso di favorire l’insediamento ebraico.
L’articolo 6 del Mandato affermava chiaramente:
“L’Amministrazione della Palestina dovrà incoraggiare, in cooperazione con l’Agenzia ebraica, l’immigrazione ebraica e l’insediamento intensivo della terra.”
Ma la realtà andò presto in direzione opposta. Gli stessi britannici che avevano promesso di “favorire” iniziarono a limitare, ostacolare e infine impedire il ritorno degli ebrei.
Londra cercava di conciliare la promessa fatta a Balfour con gli accordi segreti di Sykes-Picot e le pressioni delle tribù arabe locali. Ne nacque una politica di ambiguità, di doppiezza, di tradimento sistematico.
Il Libro Bianco e la colpa morale dell’Occidente
Nel 1939, alle soglie dell’Olocausto, la Gran Bretagna pubblicò il famigerato Libro Bianco, che limitava drasticamente l’immigrazione ebraica in Palestina a sole 75.000 unità in cinque anni.
Mentre Hitler costruiva i forni crematori, Londra chiudeva i porti della Terra Promessa a coloro che cercavano scampo.
Fu un atto di vergogna morale: la promessa di Balfour veniva tradita nel momento in cui più di ogni altro la parola data avrebbe potuto salvare milioni di vite.
Come ricordò Chaim Weizmann, futuro Presidente d’Israele:
“Il mondo ci ha lasciati morire, e quando abbiamo bussato alla porta della nostra casa, ci hanno chiuso la serratura.”
1948: la rinascita d’Israele e la nascita della menzogna palestinese
Il 14 maggio 1948, David Ben Gurion proclamò la nascita dello Stato d’Israele.
L’indomani, cinque eserciti arabi invasero il neonato Stato con un unico obiettivo: cancellarlo.
Il fallimento di quella guerra segnò l’inizio della costruzione di un nuovo mito: quello del “popolo palestinese profugo”.
Molti di coloro che fuggirono lo fecero su ordine dei leader arabi, che promisero un rapido ritorno “dopo la vittoria contro gli ebrei”. Ma la vittoria non arrivò mai, e quei profughi divennero strumenti di propaganda.
Nel 1977, il dirigente dell’OLP Zuheir Mohsen, in un’intervista al quotidiano olandese Trouw, dichiarò senza mezzi termini:
“Non esiste un popolo palestinese. L’esistenza della Palestina è solo per motivi politici. Non c’è differenza tra giordani, palestinesi, siriani e libanesi. Parlare di un’identità palestinese serve solo per motivi tattici, per opporsi a Israele.”
Queste parole, ignorate dai media occidentali, svelano la natura artificiale di una costruzione politica nata per negazione di Israele, non per affermazione di sé.
Dalla Guerra Fredda alla menzogna ONU
Durante la Guerra Fredda, l’URSS vide nella “causa palestinese” uno strumento perfetto per colpire gli Stati Uniti e i loro alleati.
Mosca finanziò la nascita di movimenti pseudo-nazionalisti arabi, fornì armi e addestramento ai gruppi dell’OLP, e impose all’ONU la narrazione dell’“occupazione israeliana”.
Da allora, le Nazioni Unite hanno approvato più risoluzioni di condanna contro Israele che contro tutte le dittature del mondo messe insieme.
Nel frattempo, nessuno dei paesi arabi confinanti ha mai integrato i “profughi” nei propri territori: Egitto, Siria, Giordania e Libano li hanno mantenuti nei campi, in una condizione di perenne strumentalizzazione politica.
Il paradosso è evidente: chi afferma di difendere i “palestinesi” è colui che li ha condannati all’eterno esilio.
Israele, oggi: la promessa mantenuta da un solo popolo
Mentre il mondo dimenticava la Dichiarazione Balfour, Israele la rendeva viva:
terra arida trasformata in oasi, startup e università all’avanguardia, ospedali che curano anche nemici dichiarati.
È la sola democrazia funzionante del Medio Oriente, fondata sul rispetto dei diritti e sulla libertà di culto.
Il vero tradimento non è quello di Israele verso l’Occidente, ma dell’Occidente verso Israele.
Le potenze europee che nel 1917 e nel 1920 riconobbero il diritto del popolo ebraico alla propria terra, oggi ne mettono in discussione l’esistenza stessa, cedendo a un relativismo storico e morale senza precedenti.
Eppure, come recita il Salmo 137:
“Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra.”
Israele non ha dimenticato.
Noi sì.
In conclusione
Dal decreto di Adriano alla Dichiarazione Balfour, da Sanremo all’Olocausto, dal 1948 alle menzogne dell’OLP, la storia è un filo continuo: ogni volta che il popolo ebraico ha chiesto di tornare a casa, qualcuno ha cercato di impedirglielo.
La differenza è che, questa volta, non ci riusciranno.
Israele è tornato, e con esso la verità storica che i secoli non hanno potuto cancellare.
La promessa di Balfour vive, nonostante il tradimento degli uomini.
Perché ciò che è scritto nella Storia — e nella coscienza di un popolo millenario — non può essere negato da nessun decreto, né da alcuna menzogna politica.
Epilogo – Il popolo che sconfisse la damnatio memoriae
Nella lunga storia dell’umanità, nessun popolo ha subito una cancellazione così totale e pianificata come quella inflitta agli ebrei dall’Impero Romano.
Dopo la rivolta di Bar Kokhba, Adriano non si limitò a reprimere una ribellione: volle cancellare l’idea stessa di Israele.
Cambiò i nomi, devastò le città, ribattezzò Gerusalemme “AeliaCapitolina” e la Giudea “Syria Palaestina”.
Fu la più perfetta damnatio memoriae mai concepita: non colpire solo i corpi, ma la memoria, la lingua, la fede, il nome.
Eppure, contro ogni legge della storia, Israele è l’unico popolo ad aver sconfitto la damnatio memoriae.
Dove tutti gli altri popoli annientati da Roma — Cartagine, Illiria, Partia — sono rimasti fantasmi nei libri di archeologia, il popolo ebraico ha ricostruito se stesso, la propria lingua, la propria terra e la propria sovranità.
È tornato là dove il mondo lo credeva estinto, scrivendo la più straordinaria resurrezione politica e spirituale della storia.
E noi, smemorati e pavidi eredi dell’Occidente, stiamo oggi ripetendo l’antico errore di Adriano: cambiare i nomi per cambiare la verità, ribattezzare le colpe con termini diplomatici, e fingere di non sapere chi sia davvero il perseguitato e chi il persecutore.
Nel mettere in dubbio la legittimità d’Israele, nel chiamare “occupazione” ciò che è ritorno alla patria, nel tacere di fronte all’odio antiebraico travestito da attivismo politico, perpetriamo la stessa damnatio memoriae che Roma tentò invano di imporre.
Israele, invece, continua a ricordare.
Ricorda la promessa di Balfour, la parola data e tradita, il fuoco dei roghi e la luce delle rinascite.
Ricorda perché sa che la memoria è la forma più alta della libertà.
E così, mentre le nazioni oscillano tra ipocrisie e amnesie, Israele resta il solo popolo che ha vinto la guerra contro il tempo, l’unico che ha saputo trasformare la memoria in destino.
E questo, più di ogni trattato o conferenza, è il vero miracolo di Israele.
