L’effetto della mancata intesa sul dpcm, avvenuto per la prima volta in assoluto, riguardante la ripartizione dei contributi a province e città metropolitane ha scatenato conseguenze insapettate. Basti pensare a Gualtieri che ha messo in crisi i bilanci di 86 province. Un nulla di fatto che rischia anche di spaccare non solo il fronte delle autonomie (l’Upi si è espressa favorevolmente sul dpcm dichiarando l’intesa) ma anche l’Anci al suo interno, dove inizia a serpeggiare più di un malumore per quella che qualcuno definisce «un’associazione sempre più a trazione dei sindaci metropolitani» (quasi tutti di centrosinistra) «e meno attenta ai problemi dei comuni medi e piccoli». Ad aver spinto l’associazione guidata da Antonio Decaro a dire no a un decreto molto atteso dagli enti di area vasta per chiudere i bilanci sono infatti i conti di Roma (considerata questa volta non come comune ma come città metropolitana). Conti che necessiterebbero di 80 milioni in più che il sindaco Roberto Gualtieri si attendeva di trovare nel decreto naufragato ieri. La mancata intesa porterà ora all’apertura di un tavolo tecnico al fine di trovare un accordo che possa scongiurare il passaggio del dpcm in consiglio dei ministri. Chi c’era ieri durante la riunione in videoconferenza della Stato città racconta di nervi tesi non solo tra l’asse Gualtieri-Decaro e il resto dei sindaci dell’associazione, ma anche tra l’ex inquilino del Mef e l’attuale viceministro Laura Castelli (che è stata anche vice di Gualtieri al Mef nel governo Conte 2). Tutti hanno riconosciuto la fondatezza delle richieste del Campidoglio, in difficoltà come tutti i comuni per il caro energia, ma hanno aspramente criticato la strategia di «tenere in ostaggio» un dpcm di cui 86 enti hanno bisogno per chiudere i bilanci. Tra i più critici, il presidente dell’Upi Michele de Pascale che ha preso le distanze dalla posizione dell’Anci osservando come i due piani (quello dei maggiori bisogni finanziari delle città metropolitane per chiudere i bilanci e quello del dpcm) dovessero essere tenuti distinti e separati per non bloccare «una riforma strutturale» come quella che assegna le risorse agli enti di area vasta sulla base della differenza tra fabbisogni e capacità fiscali dando il via a un percorso, previsto dalla Manovra 2021 (comma 783) e che arriverà a regime dopo il 2031.
