7 Ottobre: il giorno in cui il mondo vide il volto della barbarie. Dalla strage di Hamas alla farsa della Flottilla: il filo rosso del terrorismo e del narcotraffico internazionale

Di Andrea Franchi

Il giorno in cui l’umanità si fermò

All’alba del 7 ottobre 2023 migliaia di razzi e decine di commando di Hamas travolsero il confine meridionale di Israele. In poche ore furono colpite case, kibbutz, strade, il Nova Music Festival: il più grave massacro di civili della storia d’Israele. Le commemorazioni di questi giorni ricordano un bilancio che la stampa internazionale e le autorità israeliane stimano a 1.200 vittime e 251 ostaggi rapiti (dati poi rivisti nei mesi successivi sulla base delle identificazioni ufficiali) (Il Guardian).
Quella mattina non fu “un’azione militare”. Fu il culto della ferocia contro la vita: famiglie incendiate nelle proprie abitazioni, civili giustiziati, donne e anziani uccisi, intere comunità spezzate. Il lutto di Israele si rinnova ogni 7 ottobre, dal Kfar Aza al Kibbutz Holit, dove la scelta di tornare o no a vivere è oggi, per molti, un atto di coraggio civile oltre che di memoria (The Australian).

Le atrocità: quando la violenza smette di avere limiti

Le cronache di quel giorno riportano uccisioni casa per casa, incendi dolosi, esecuzioni di civili disarmati, sevizie e stupri usati come arma psicologica e simbolica. Il senso dell’operazione – dichiarato dagli stessi leader di Hamas – era infliggere terrore, non “liberare” territorio. A due anni di distanza, il lutto resta lacerante: al Nova Festival sono state ricordate oltre 370 vite spezzate; in numerosi kibbutz si è ricominciato a seppellire e ricostruire, talvolta nelle stesse ore (Il Guardian).

La “Flottilla” e la retorica dell’umanitarismo di facciata

Nei giorni scorsi la Global Sumud Flotilla è stata intercettata dalla marina israeliana: un’operazione che ha coinvolto decine di imbarcazioni e centinaia di attivisti europei, inclusi parlamentari e leader mediatici. Il Ministero degli Esteri israeliano ha diffuso la versione più dura: “nessun aiuto umanitario a bordo, solo droga e alcolici”, corredando la tesi con video e ispezioni diffusi in rete; testate italiane come Secolo d’Italia e Panorama hanno ripreso la notizia (Secolo d’Italia).
Dall’altra parte, attivisti e ONG hanno respinto l’accusa definendola “propaganda”, sostenendo che le barche trasportassero forniture mediche, cibo e beni essenziali, e denunciando abusi durante la detenzione; media e organizzazioni come Internazionale, Amnesty Italia e Waves of Freedom hanno rilanciato queste contestazioni (Internazionale).
Fatto documentabile: la Flottilla è stata fermata in acque internazionali e gli attivisti sono stati presi in custodia; sul contenuto effettivo dei carichi esistono versioni contrapposte(israeliana vs. attivisti). In questo contesto, il punto politico resta uno: l’uso strumentale dell’etichetta “umanitaria” per azioni dall’altissimo valore propagandistico e dallo scarso impatto logistico sugli aiuti (quantitativi inferiori a un singolo camion, secondo ricostruzioni giornalistiche) (Panorama).

Il triangolo oscuro: Hamas–Hezbollah–Venezuela

La rete di finanziamento del terrorismo mediorientale si alimenta anche di narcotraffico internazionale e riciclaggio. Dossier di lungo corso del Dipartimento di Giustizia USA hanno accusato i vertici del regime venezuelano di narcoterrorismo e di collusioni con il cosiddetto Cártel de los Soles; la DEA ha documentato schemi di cocaina sudamericana → Europa/USA con riciclaggio via Africa Occidentale–Europa–Medio Oriente, collegati al network di Hezbollah (progetti Cassandra/Cedar/Titan) (Dipartimento di Giustizia).
Sul riciclaggio e i canali finanziari del terrorismo, i report U.S. Treasury/FinCEN e il National Terrorist Financing RiskAssessment (2024) segnalano l’uso di reti informali, società di comodo, scambi commerciali fittizi e, sempre più spesso, criptoasset, con Iran e proxy (tra cui Hezbollah) parte integrante dell’ecosistema di rischio; questi schemi sono perfettamente compatibili con triangolazioni America Latina–Africa–Medio Oriente–Europa (U.S. Department of the Treasury).
Conclusione investigativa: senza romanticismi, il terrorismo vive di soldi. E i soldi scorrono dove la cocaina trova sponda, dove il riciclaggio è più agevole e dove stati-canaglia e proxyconvergono su interessi materiali prima che ideologici.

Le vittime: la verità che nessuno vuole guardare

Non furono numeri.
Furono bambini, madri, padri, giovani in festa, anziani seduti davanti alla televisione. Il 7 ottobre, la mattina si aprì come una qualsiasi sabato di festa, e si chiuse con le urla, il fuoco e il sangue. Hamas entrò nei kibbutz, nei villaggi, nei festival, uccidendo per il gusto di uccidere, filmando tutto, esibendo l’orrore come un trofeo.

Nel Kibbutz Be’eri, 97 famiglie furono sterminate casa per casa.
Le truppe israeliane, arrivate ore dopo, trovarono intere abitazioni bruciate con le persone ancora all’interno, madri abbracciate ai figli, corpi mutilati. In un’abitazione, una donna incinta fu sventrata con un coltello, e il suo bambino, ancora legato dal cordone ombelicale, fu ucciso accanto a lei.
Nessuna guerra, nessuna causa politica, può spiegare simile bestialità.

Al Nova Music Festival, dove migliaia di giovani ballavano sotto il cielo del deserto, arrivarono i pick-up di Hamas.
Mitragliarono la folla in fuga, cacciandola come animali.
Molti furono inseguiti per chilometri, uccisi dentro le tende, o presi vivi e portati via.
Le registrazioni telefoniche, rese pubbliche nei mesi seguenti, mostrano voci di madri che pregano i figli di nascondersi e ragazze che sussurrano addio ai genitori mentre vengono trascinate via.
Più di 360 ragazzi e ragazze furono massacrati quel giorno, molti stuprati, torturati, e poi fucilati davanti alle telecamere dei loro carnefici.

A Kfar Aza, Nir Oz, Re’im, e decine di altri kibbutz, la scena si ripeté con lo stesso copione.
Uomini armati entrarono nelle case urlando “Allahu Akbar”, sparando su chiunque respirasse, uccidendo perfino gli animali domestici per cancellare ogni traccia di vita.
In un video, un padre tiene in braccio i suoi due bambini mentre implora pietà; vengono giustiziati insieme.
Molti anziani furono decapitati, altri arrostiti vivi nei rifugi incendiati.
I terroristi ridevano, trasmettevano le immagini in diretta ai parenti, e rubavano i telefoni delle vittime per telefonare ai loro familiari, dicendo: “Abbiamo ucciso tuo figlio, ora veniamo a prendere te.”

Gli ostaggi — oltre duecento — furono trascinati attraverso i tunnel di Gaza, bambini di tre anni accanto a donne ottantenni, molti feriti e sanguinanti.
Alcuni morirono durante il trasferimento, altri nelle gallerie per mancanza d’acqua o cure.
Le donne sopravvissute raccontano violenze sessuali di gruppo, sevizie, mutilazioni genitali, e poi la deportazione nei sotterranei.
Perfino le infermiere del personale medico di Hamas confessarono che molti ostaggi arrivavano “morti per eccesso di violenza”.
Un neonato di dieci mesi, Kfir Bibas, divenne simbolo della tragedia: rapito vivo con i genitori, mai più ritrovato.

Le autorità israeliane stimano che in quelle prime 24 ore siano state uccise almeno 1.200 persone, ferite oltre 3.000, e rapite 251.
Ma i numeri, da soli, non raccontano nulla.
La verità è che il 7 ottobre fu un rito di disumanità, un manifesto della crudeltà elevata a strumento politico.
Chi oggi marcia con le bandiere di Hamas o ne giustifica le azioni, non può dire “non sapevo”.
Ogni video, ogni testimonianza, ogni corpo restituito bruciato o mutilato, è una prova di ciò che il fanatismo fa quando il mondo volta lo sguardo.

C’è chi scende in piazza con i simboli di Hamas, gridando alla “resistenza”.
Ma resistere non è stuprare una ragazza e poi mostrarla nuda in una jeep per umiliarla.
Resistere non è bruciare un neonato o decapitare un anziano.
Resistere non è uccidere per gioia, filmare il sangue e distribuirlo come propaganda.

Chi li difende, difende l’idea che la vita dell’altro non valga nulla, ed è complice di questi barbari criminali.

Conclusione

Commemorare significa ricordare i nomi e riconoscere il male.
Il 7 ottobre non è stato “un evento” ma una frattura morale. Smontare la propaganda – dalle flotillas-mediatiche ai circuiti del narcotraffico che alimentano il terrorismo – è parte dello stesso dovere civile: dire i fatti, tutelare la vita, proteggere la verità.
La giustizia per le vittime comincia da qui: pronunciare i loro nomi e non concedere all’oblio ciò che appartiene alla memoria dei giusti.

Fonti chiave citate (selezione)

Bilanci e commemorazioni 2° anniversario: The Guardian, Politico (Il Guardian).
Cronache sui kibbutz e ritorni: The Guardian (Holit), The Australian (Kfar Aza) (Il Guardian).
Dossier vittime/schede: Gov.ilSwords of Iron, Haaretz(Governo Israeliano).
Flottilla: Secolo d’Italia, Panorama, versione attivisti/ONG: Internazionale, Amnesty Italia, Waves of Freedom; contesto operativo (AP/WRDW) (Secolo d’Italia).
Narcotraffico/finanziamento: US DOJ (Maduro & co.), DEA Project Cassandra, U.S. Treasury NTFRA 2024, FinCENadvisory (Dipartimento di Giustizia).
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