Non Kiev, ma Odessa: la vera posta in gioco della guerra di Putin

Di Andrea Franchi

A quasi quattro anni dall’invasione russa dell’Ucraina, il dibattito pubblico continua a essere viziato da una lettura semplicistica e fuorviante: l’idea che Vladimir Putin voglia “conquistare tutta l’Ucraina”.
È una rappresentazione comoda, emotivamente efficace, ma strategicamente sbagliata. E come spesso accade, quando si parte da una diagnosi errata, si finisce per proporre cure inutili o addirittura dannose.

La verità è molto più concreta, meno ideologica e decisamente più pericolosa: a Putin non interessa occupare l’intera Ucraina.
Il suo obiettivo reale, misurabile e strategicamente decisivo ha un nome preciso: Odessa.

Perché Odessa conta più di Kiev

Odessa non è soltanto una grande città ucraina. È l’ultimo grande porto sul Mar Nero rimasto a Kiev.
Se la Russia ne prendesse il controllo, le conseguenze sarebbero immediate e irreversibili:

l’Ucraina diventerebbe di fatto uno Stato senza sbocco al mare;
verrebbe spezzata la sua capacità di commerciare autonomamente;
Mosca completerebbe il controllo della fascia costiera settentrionale del Mar Nero.

Questo significherebbe anche proiettare la presenza navale russa a ridosso diretto dell’Europa, con un impatto diretto su Romania, Bulgaria e sull’intero fianco orientale della NATO. Non una vittoria simbolica, ma un salto di qualità strutturale nella postura militare russa.

Il grano: l’arma che non fa rumore

Ma il vero valore di Odessa non è solo militare. È economico e geopolitico.

Dal porto di Odessa passa una quota decisiva dell’export di grano ucraino, uno degli snodi fondamentali della sicurezza alimentare globale.
Nord Africa e Medio Oriente – Egitto, Tunisia, Libano, Libia, Algeria – dipendono in misura critica da queste forniture.

Chi controlla Odessa può:

regolare flussi e quantità;
incidere sui prezzi;
scegliere chi rifornire e chi no.

In altre parole, può usare il cibo come strumento di pressione geopolitica.
Non servono carri armati per destabilizzare governi fragili: bastano carestie, aumento dei prezzi, tensioni sociali. E quando quelle tensioni esplodono, la pressione ricade inevitabilmente sull’Europa sotto forma di instabilità regionale e flussi migratori.

Il Mediterraneo come teatro indiretto della guerra

È qui che la guerra in Ucraina smette di essere “lontana” e diventa una questione direttamente europea.
Se Odessa cadesse, il Mediterraneo si trasformerebbe in un campo di competizione strategica silenziosa, ma permanente, con la Russia in grado di influenzare intere aree del nostro vicinato meridionale.

Chi continua a parlare di conflitto “ai confini orientali” dimostra di non comprendere la profondità del disegno russo.
Putin non sta combattendo per occupare territori inutilizzabili, ma per controllare snodi vitali: rotte, porti, flussi.

L’illusione pacifista e l’irresponsabilità politica

Ed è proprio su questo punto che emergono tutte le contraddizioni di una parte della sinistra italiana.

Bonelli, Fratoianni, Conte, Schlein invocano la pace, il cessate il fuoco, il disimpegno occidentale. Ma evitano sistematicamente una domanda fondamentale:
pace a quali condizioni?

Chi controllerebbe Odessa il giorno dopo una tregua imposta?
Chi garantirebbe la libertà delle rotte commerciali?
Chi impedirebbe alla Russia di usare grano ed energia come strumenti di ricatto?

Ignorare queste domande non è pacifismo. È cecità strategica.
E nel migliore dei casi, una pericolosa illusione; nel peggiore, una complicità indiretta con una strategia che danneggerebbe l’Europa per decenni.

La vera linea rossa dell’Occidente

Se l’Occidente deve individuare una linea invalicabile, non è Kiev. È Odessa.

Difendere Odessa non significa prolungare la guerra per principio, ma impedire una sconfitta strategica che renderebbe ogni futura trattativa inutile o sbilanciata.
Significa difendere la sicurezza alimentare, la stabilità del Mediterraneo, l’autonomia geopolitica europea.

Conclusione

Putin non sogna di sfilare a Kiev.
Putin vuole il controllo di Odessa, perché sa che da lì può condizionare l’Europa, il Nord Africa e il Medio Oriente con strumenti molto più efficaci delle armi convenzionali.

Chi non lo capisce – o finge di non capirlo – non sta lavorando per la pace.
Sta lavorando, consapevolmente o meno, per la resa strategica dell’Europa.

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