Il paternalismo del potere e la sapienza del popolo

Di Andrea Franchi
Presidente di Tarentum Forum APS

Nel corso della mia esperienza, anche diretta, ho potuto osservare una tendenza costante in certi ambienti di governo: chi ricopre ruoli apicali tende spesso a considerare i cittadini come bambini dell’asilo, da proteggere da verità scomode e decisioni complesse, quasi fossero incapaci di comprendere i nodi profondi della realtà.
Non si tratta necessariamente di un complotto, quanto piuttosto di un riflesso paternalista radicato in una forma sottile ma pericolosa di autoreferenzialità del potere. È come se chi siede in alto si convincesse, col tempo, che la verità va filtrata, edulcorata o negata “per il bene del popolo”. Ma chi decide cosa è bene sapere?

In questo contesto, tornano con straordinaria attualità le parole di Giulio Andreotti, pronunciate in un convegno sul suffragio universale:

“La dittatura più difficile da sconfessare è la propria.”

Con questa frase Andreotti denunciava un rischio molto concreto: quello di una dittatura interiore, alimentata dalla convinzione che il potere, una volta conquistato, attribuisca anche un diritto esclusivo alla verità e alla decisione.
Eppure — ricordava con lucidità — anche tra le persone più semplici alberga spesso una sapienza vera, radicata nella vita quotidiana, che chi governa farebbe bene ad ascoltare. Una sapienza magari priva di titoli, ma ricca di senso pratico, onestà intellettuale e istinto morale.

Il paradosso è evidente: da una parte si considera il popolo troppo ingenuo per capire, e dall’altra si affidano le redini del Paese a figure come Giuseppe Conte, assurto alla Presidenza del Consiglio da perfetto sconosciuto, grazie a una sequenza di manovre e accordi più che discutibili. Un uomo privo di reale esperienza politica pregressa, che si è ritrovato a gestire la nazione più per caso che per merito, e che oggi si atteggia a grande statista.
Ma un Paese maturo non può accettare che la politica si trasformi in un teatro di maschere, dove l’apparenza sostituisce la sostanza e il curriculum vale meno di un tweet ben riuscito.

In Italia, dove per anni si è perfino abolita l’educazione civica, privando i cittadini degli strumenti per comprendere lo Stato e partecipare consapevolmente alla vita pubblica, il problema si aggrava: da una parte una classe dirigente che si sente “unica adulta in aula”, dall’altra un popolo troppo spesso infantilizzato.

Ma la democrazia non è un atto di fiducia cieca verso chi comanda. È un patto di ascolto e responsabilità reciproca.
Trattare i cittadini come incapaci è non solo ingiusto, ma anche miope. Perché la storia dimostra che, quando è chiamato a scegliere con chiarezza, il popolo sa distinguere. Sa vedere oltre le finzioni. Sa — spesso meglio di chi lo guida — dove sta la verità e dove sta il giusto.

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