Di Andrea Franchi
Dietro la crisi che oggi oppone Stati Uniti e Venezuela, con l’ombra di un conflitto diretto sempre più concreto, non c’è soltanto la figura fragile e contestata di Nicolás Maduro. C’è una donna, silenziosa e inflessibile, che da oltre trent’anni tesse le trame del potere bolivariano: Cilia Flores, il vero volto del regime di Caracas.
Dall’aula di tribunale alla stanza dei bottoni
La sua ascesa inizia nel 1992, quando un giovane Hugo Chávez viene arrestato per il tentato golpe militare. Fra i legali che lo difendono c’è una giovane avvocata di nome Cilia Flores. Non solo costruisce la strategia giuridica che ne favorirà la liberazione, ma diventa parte integrante del nucleo politico che lo accompagnerà fino alla vittoria elettorale del 1998. Da allora non abbandonerà più il centro del potere.
Flores entra in Parlamento, diventa una delle figure più autorevoli del Partito Socialista Unito del Venezuela e nel 2006 si impone come la prima donna presidente dell’Assemblea Nazionale, guidando con mano ferma le riforme volute dal chavismo. Con il suo pragmatismo e una rete capillare di alleanze, diventa il punto di riferimento del sistema istituzionale.
La relazione con Maduro e la costruzione di una leadership
Nicolás Maduro, all’epoca un semplice macchinista della metropolitana di Caracas e sindacalista, entra nella sua orbita politica e sentimentale. Mentre Chávez lo sceglie come successore, è Flores a costruirne l’ascesa, rafforzandone la debole autorità e blindandolo attraverso legami familiari, fedeltà clientelari e controllo dei tribunali.
Se Maduro è stato l’erede designato, è Cilia ad avergli fornito il sostegno politico e organizzativo che gli ha permesso di sopravvivere a complotti interni, fallimenti economici e crisi internazionali.
Il sistema familiare e lo scandalo dei “narcosobrinos”
Negli anni, Flores ha consolidato un vero e proprio sistema familiare di potere: decine di parenti collocati nei gangli dello Stato, dai ministeri alle imprese pubbliche. La sua influenza si è trasformata in un clan politico capace di blindare ogni decisione del regime.
Ma nel 2015 il castello di potere viene scosso da uno scandalo internazionale: due suoi nipoti, conosciuti come i narcosobrinos, vengono arrestati dalla DEA ad Haiti mentre tentavano di trasportare 800 kg di cocaina negli Stati Uniti. Il processo e la condanna avrebbero potuto travolgere qualunque governo. In Venezuela, invece, l’episodio fu rapidamente insabbiato.
La regista silenziosa
Flores non compare nei comizi, non firma decreti né concede interviste. Ma in ogni decisione strategica del governo di Caracas la sua mano è presente. Dalle purghe interne nel partito, alle trattative riservate con il Vaticano e la Norvegia, fino al controllo sui servizi di intelligence, il suo ruolo resta decisivo.
Come spesso accade nella storia, il potere reale non è nelle mani del leader visibile, ma in quelle di chi, lontano dai riflettori, guida le leve decisive.
Un impero al tramonto?
Oggi, con la pressione internazionale che cresce e gli Stati Uniti pronti a un’azione diretta contro Maduro, la figura di Cilia Floresappare incrinata. La donna che ha costruito l’ascesa di un macchinista fino al palazzo presidenziale, e che ha dominato la politica venezuelana per tre decenni, affronta forse l’inizio del declino.
Se la dittatura di Maduro dovesse cadere, la vera sconfitta non sarebbe soltanto la sua: sarebbe quella della donna che per anni è stata la padrona silenziosa del Venezuela, il vero architetto del chavismo e il simbolo di un potere che ha ridisegnato la storia recente del Paese.
