Di Andrea Franchi
Ci sono uomini che cercano di riscrivere la storia, e poi ci sono i documenti, le testimonianze e i fatti che, cocciutamente, restano lì a ricordarci chi siano davvero. Gustavo Francisco Petro Urregoappartiene a questa seconda categoria.
Molte delle informazioni qui raccolte le dobbiamo al lavoro puntuale e coraggioso di una giornalista colombiana, MaríaAndrea Nieto, che ha avuto l’audacia di sfogliare migliaia di pagine, video, archivi e dichiarazioni per smontare pezzo per pezzo la favola dorata che Petro racconta di sé.
Il terrorista “redento” che nega il proprio passato
Petro insiste a dire di non aver mai commesso un crimine. Eppure, basta leggere i suoi stessi scritti o guardare i documenti ufficiali: indulti ricevuti, ammissioni di aver partecipato a furti, trasporti e stoccaggi di armi, invasioni di terreni, militanza attiva nel M-19. E soprattutto, la vergogna più grande: l’assalto al Palacio de Justiciadel 1985.
Io stesso, che ho vissuto in Colombia negli anni ’80 e fino al 1993, ho potuto vedere con i miei occhi le atrocità commesse non solo dal M-19, ma anche dalle altre sigle terroristiche che insanguinarono il Paese. Ma quella presa del Palacio de Justicia, organizzata dal M-19 su incarico diretto di Pablo Escobar, resta uno dei momenti più bui della storia colombiana. Centinaia di morti, magistrati giustiziati, lo Stato preso in ostaggio. E Petro? Ancora oggi parla di quell’operazione con un’aria di fierezza, come se fosse stata un atto di ribellione giustificata.
Chi ha imbracciato le armi contro la democrazia, chi ha tradito la fiducia dei cittadini, non potrà mai lavarsi di quell’onta. Un terrorista rimane tale per sempre, anche se veste l’abito presidenziale.
Le contraddizioni di un presidente che mente
C’è un filo rosso che unisce la vita di Petro: la menzogna.
La sua parabola è segnata da un’ambiguità costante: funzionario e guerrigliero, politico e criminale, predicatore di legalità e violatore di legge.
Una riforma fiscale che strangola il Paese
Oggi, Petro ripete lo stesso schema. Nega la realtà, impone la sua narrazione. Ha presentato al Congresso una riforma fiscale che alza l’IVA dal 19% al 24-25% e introduce balzelli su tutto: energia, servizi digitali, veicoli ibridi, alcolici, persino attività religiose con introiti commerciali.
Il suo mantra è che “pagheranno i ricchi”. La verità è l’opposto: a pagare saranno i colombiani comuni, la classe media, i lavoratori, le famiglie. Quelli che già faticano a sopravvivere, si vedranno strappare dalle tasche un potere d’acquisto sempre più fragile. È un cappio fiscale che rischia di soffocare l’economia nazionale.
Gli imprenditori hanno parlato di una “bomba a orologeria”. Le agenzie di rating segnalano rischi macroeconomici. Ma Petro tira dritto, minacciando il Congresso: “se non approvate, metterete la Colombia nell’abisso”. Un presidente che governa con il ricatto e la paura non guida un Paese: lo tiene in ostaggio.
L’uomo sbagliato nel posto sbagliato
Il quadro è chiaro: un ex terrorista che non ha mai davvero fatto i conti col proprio passato, che nega l’evidenza documentata, che romanticizza la violenza, che impone riforme punitive senza prospettive concrete di sviluppo.
Chi mente sulla propria storia non può pretendere di costruire il futuro di una nazione. Chi ha giustificato la lotta armata non può difendere le istituzioni. Chi oggi strangola i cittadini con tasse assurde non potrà mai parlare di giustizia sociale.
La Colombia, generosa, ha dato a Gustavo Petro una seconda occasione. Ma lui l’ha tradita ancora una volta. È evidente, oggi più che mai, che Petro è l’uomo sbagliato nel posto sbagliato.
