Di Andrea Franchi
Il 2 settembre 2025 segna l’inizio di una nuova fase nello scontro tra Washington e Caracas. Per la prima volta, gli Stati Uniti hanno scelto di non limitarsi alla repressione giudiziaria del narcotraffico, ma di passare a un’azione militare diretta. Una go-fast boat venezuelana, legata secondo fonti d’intelligence al gruppo criminale Tren de Aragua, è stata localizzata e seguita da un velivolo di sorveglianza americano. Pochi minuti dopo, un missile lanciato da una nave da guerra statunitense ha centrato in pieno il bersaglio, trasformandolo in una palla di fuoco. Undici uomini sono morti all’istante.
Le immagini diffuse non lasciano dubbi: non si è trattato di un abbordaggio né di un’operazione di polizia, ma di un vero e proprio strike di precisione. I sensori ottici del velivolo che seguiva la scena hanno mostrato il tracciamento costante dell’imbarcazione fino all’impatto. Nessun avviso via radio, nessuna possibilità di fermarsi o arrendersi, nessun margine di trattativa: la decisione era stata presa a monte, a Washington, con il chiaro intento di lanciare un segnale definitivo.
La differenza con le operazioni tradizionali della Guardia Costiera è abissale. Normalmente i trafficanti vengono inseguiti, invitati a fermarsi, avvertiti con colpi di segnalazione, costretti infine all’arresto. In questo caso, invece, la logica è stata quella della deterrenza militare: non più prove da raccogliere, ma un obiettivo da eliminare.
Il messaggio è diretto non solo ai cartelli, ma soprattutto a NicolásMaduro. Da anni il cosiddetto Cartel de los Soles, radicato negli apparati militari venezuelani e collegato al regime, è accusato di controllare il traffico di cocaina verso gli Stati Uniti e l’Europa. Colpire in mare significa colpire indirettamente il cuore stesso del sistema di potere chavista, che da questo contrabbando trae risorse vitali.
I cartelli si trovano ora di fronte a una scelta drammatica: continuare a usare le rotte caraibiche sapendo di rischiare la distruzione immediata, o spostare i traffici su vie più tortuose e costose. Maduro, dal canto suo, non potrà più fingere che il narcotraffico sia un problema marginale. Ogni barca affondata diventa un colpo politico, un avviso che il tempo delle ambiguità è finito.
Gli Stati Uniti hanno trasformato i Caraibi in un teatro di operazioni navali permanenti. Distruttori, sottomarini e droni pattugliano quelle acque come fossero un lago controllato. Per i narcotrafficanti pensare di passare inosservati equivale a credere di poter resistere solo con la kryptonite.
Il missile del 2 settembre non ha soltanto affondato una barca carica di cocaina: ha segnato il “primo sangue” di una nuova guerra non dichiarata. Da oggi la domanda non è più se Washington colpirà ancora, ma quanto lontano sarà disposta a spingersi. E se dietro il pretesto della lotta alla droga non si stia già preparando la resa dei conti definitiva con Maduro e con i generali del Cartel de los Soles.
