Mussolini, elezioni e Marcia su Roma: chiarire ciò che Vannacci e la spettatrice hanno confuso

Di Andrea Franchi

L’ultimo dibattito televisivo a Dritto e Rovescio ha mostrato un acceso confronto tra l’ex generale Roberto Vannacci e una spettatrice sul tema dell’ascesa al potere di Benito Mussolini.
Al netto della polemica, entrambi hanno evidenziato imprecisioni sostanziali, offrendo l’occasione per ristabilire i fatti storici con ordine e chiarezza.

1. Mussolini non fu “eletto dal popolo”: la confusione di Vannacci

Vannacci sostiene che Mussolini sarebbe arrivato al governo grazie a una “vittoria elettorale”.
La realtà è diversa.

Legittimazione formale: Mussolini fu nominato dal re Vittorio Emanuele III come Presidente del Consiglio il 30 ottobre 1922.
Legittimazione democratica: non esiste alcuna elezione che lo abbia designato come capo del governo.

Mussolini partecipò alle elezioni, sì, ma:

nel 1919 fu sonoramente sconfitto;
nel 1921 entrò in Parlamento in una lista di coalizione, non come leader scelto dagli italiani per governare.

La sua salita al potere fu dunque il prodotto di una decisione monarchica, non di un voto popolare.

2. Un parallelo utile: ciò che accadde con il primo Governo Conte

Per comprendere la differenza tra essere presenti alle elezioni ed avere un mandato di governo, vale un confronto con un episodio recente.

Nel 2018:

il M5S risultò primo partito,
la Lega fu decisiva come seconda forza della coalizione di centrodestra,
ma non esisteva un “vincitore naturale” del governo.

Il risultato fu il Governo Conte I, nato da un accordo parlamentare tra M5S e Lega, varato dal Presidente Mattarella nel rispetto delle prerogative costituzionali.

È un esempio di come, anche in una democrazia stabile, il capo del governo possa emergere da:

trattative,
alleanze,
equilibrio dei numeri parlamentari,

senza essere “il vincitore delle elezioni”.

Se questo è vero in un sistema democratico maturo, lo è ancor più nel 1922, quando Mussolini arrivò al potere senza maggioranza, senza mandato popolare e senza alcuna investitura elettorale.

Il paragone serve a chiarire un punto:
essere presenti alla competizione elettorale non significa essere stati scelti dal popolo per governare.

3. L’errore della spettatrice: la Marcia su Roma non fu un colpo di Stato classico

Se Vannacci confonde le elezioni, la spettatrice sbaglia sul concetto di “colpo di Stato”.

Un colpo di Stato implica:

conquista violenta del potere;
neutralizzazione immediata delle istituzioni;
presa dei centri militari e politici.

La Marcia su Roma non ebbe tali caratteristiche.

Fu piuttosto:

una mobilitazione paramilitare minacciosa,
agevolata dalla debolezza del governo,
sfruttata dal Partito Fascista per ottenere un cambio politico,
resa efficace dalla decisione del re di non firmare lo stato d’assedio.

Il momento decisivo non fu la forza militare, ma la rinuncia della monarchia a difendere l’ordine liberale.

Tecnicamente, quindi, non un golpe classico, ma una forzatura istituzionale.

4. La dittatura non nasce nel 1922

Altro errore comune: Mussolini non divenne dittatore appena nominato.

Il regime venne costruito tra il 1925 e il 1926 con:

limitazione delle libertà,
scioglimento dei partiti,
censura,
Tribunale speciale.

La trasformazione dall’Italia liberale al regime fascista fu graduale e deliberata.

Conclusione: perché serve precisione storica

Il confronto tra Vannacci e la spettatrice ha mostrato due visioni opposte, ma entrambe incomplete.

La storia va ricordata senza semplificazioni:

Mussolini non fu eletto dal popolo;
la Marcia su Roma non fu un golpe militare;
il regime nacque da un intreccio di debolezza istituzionale, violenza politica e scelte della monarchia.

Comprendere queste sfumature è essenziale per evitare che la memoria storica venga usata come arma retorica, svilita o deformata.

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